Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

giovedì 22 febbraio 2024

Il mistero di padre Pio


Don Placido sentiva spesso i suoi parrocchiani parlare di padre Pio: «Padre Pio era severo», diceva uno pieno di devoto compiacimento; «Padre Pio rimproverava i penitenti», diceva un altro pieno di zelo…
 
Un giorno a don Placido capitò di chiedere cortesemente ai suoi parrocchiani di non fermarsi a chiacchierare in chiesa, per custodire il silenzio e non disturbare la preghiera. E subito sentì borbottare: «Eh, ma non gli va bene niente a questo qua! Ci rimprovera sempre!».
 
«Ma non eravate voi a dire che Padre Pio…???», fece notare con un sorriso don Placido.

domenica 21 novembre 2021

Cristo Re


Allora Pilato vide un ragazzo, gravemente ammalato, steso su un lettino d’ospedale e si commosse profondamente. Scoppiò a piangere protestando: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re». Solo in quel momento Pilato vide accanto al letto del ragazzo un’anziana signora, forse sua nonna, che gli stringeva la mano e sussurrava parole dolci al ragazzo. Era Bruna, una pensionata che non aveva figli né nipoti. Qualche anno prima, al centro d’ascolto della Caritas parrocchiale, Bruna aveva conosciuto la famiglia di Giovanni. Giovanni aveva qualche mese ed era l’ultimo di sei fratelli. Così Bruna aveva cominciato a prendersi cura di quella famiglia in difficoltà e di quel bimbo appena nato. Era molto generosa, Bruna, e nel corso degli anni aveva impiegato tutte le sue sostanze a sostegno di iniziative di carità parrocchiali e diocesane. Giovanni era cresciuto praticamente con lei: gli aveva insegnato a leggere, lo aiutava a fare i compiti, gli regalava libri e vestiti, andava anche a parlare con maestre e professori,… e faceva tutto questo con una discrezione tale che nessuno intorno a lei lo avrebbe mai potuto immaginare. Poi Giovanni s’era ammalato, e allora avevano cominciato a girare per ospedali, cliniche e specialisti. E Bruna sempre lì ad accompagnarlo, a incoraggiarlo, a pregare con lui e per lui! Fino al momento in cui Pilato era giunto lì e aveva visto Giovanni, e accanto a lui la sua famiglia, Bruna e Gesù. Pilato si meravigliò di percepire in quella stanza d’ospedale non la disperazione per una malattia inguaribile, ma soltanto un grande amore e una grande pace. Era un mistero.

Subito dopo, Pilato vide un muro invalicabile e sulla cima del muro soldati coi mitra spianati. Da una parte del muro c’erano le città dei popoli ricchi, dall’altra invece erano ammassati migliaia di profughi provenienti da Paesi molto poveri. Faceva freddo e pioveva, e quelli erano lì senza coperte e senza riparo. Pilato sentì un dolore profondo al cuore. Pensò alla sua famiglia. Tra quei poveretti maltrattati immaginò i suoi, quelli di casa sua. Sdegnato per tanta indifferenza da parte dei potenti, disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re». E Pilato notò in mezzo a quella gente alcuni uomini e donne che si muovevano rapidi e silenziosi. Distribuivano coperte, bevande calde, panini,… e facevano tutto con estrema gentilezza e cura. I volontari sembravano infaticabili: si avvicinavano a tutti e cercavano di ascoltare le necessità di ciascuno. C’era anche chi con un pallone faceva giocare ragazzi e bambini. Pilato osservava tutto con grande ammirazione e seguiva ogni movimento dei volontari. Sembrava un tifoso quando partecipa alle gare della sua squadra del cuore. A un certo punto si mise anche lui a stringere quelle mani, a soccorrere quei fratelli, a incoraggiare i volontari, a fare smorfie per far sorridere i bambini,... E fu pieno di stupore notando che anche in mezzo a tanto freddo, un piccolo gesto di cura e d’affetto può portare calore e sollievo.

Poi Pilato si ritrovò in un luogo che conosceva… Ma certo! Era la strada che da Gerusalemme scende a Gerico. Vide in lontananza un uomo buttato a terra. Non capiva cosa stava succedendo: vedeva lì intorno gente che passava, ma era come se quell’uomo a terra lo vedesse solo lui, che era lontano; e quelli lì, invece, a due passi da quell’uomo mezzo morto, non si fermavano. Aveva visto avvicinarsi un sacerdote e s’era detto: «Di certo si fermerà a sincerarsi delle sue condizioni». E invece no: il sacerdote fece come se non avesse notato nulla di strano. Quando, poi, vide arrivare un levita, Pilato si mise a gridare: «Fermati! C’è lì un uomo che ha bisogno di aiuto. Morirà se non ti fermi!». Ma Pilato era troppo lontano e la sua voce non raggiunse il levita che vide e passò oltre. Pilato, spazientito, gridò a Gesù: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re». E Pilato vide giungere un Samaritano che si fece vicino a quell’uomo, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura per portarlo in un albergo e prendersi cura di lui. Immediatamente Pilato passò dall’indignazione per l’indifferenza di quegli uomini all’entusiasmo per la buona azione compiuta dal Samaritano. E fu preso dal fortissimo desiderio di fare anche lui così, perché sentiva chiaramente d’essere nato anche lui soltanto per amare e prendersi cura del prossimo! Gli fu chiaro che il senso di ogni vita è proprio questo: amare! La verità iniziava a farsi strada in lui…

Pilato, allora, si mise a seguire le orme del buon Samaritano, e arrivò sul Golgota, proprio mentre Gesù sulla croce diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». E finalmente, ascoltando la voce di Gesù che lo perdonava, Pilato confessò pieno d’amore: «Dunque Tu sei re!».

lunedì 12 aprile 2021

Bellissima

Particolare di un murales che sta al Molo Sud di San Benedetto del Tronto

Anni fa in un cantiere navale vidi una barca bellissima pronta per essere varata.
Passavo davanti al cantiere tutti i giorni e la barca era sempre là al suo posto.
Avrei voluto imbarcarmi, tanto mi piaceva quella nave.
Eppure passavano gli anni e il momento di prendere il mare non arrivava mai.
Un bel giorno parcheggiai ed entrai nel cantiere.
Mi avvicinai all’armatore.
Aveva alle sue dipendenze una grande squadra di tecnici specializzati che percorrevano lo scafo in lungo e in largo e annotavano sui loro computer ogni minimo particolare.
Gli chiesi quando avrebbe preso il mare la sua imbarcazione.
Mi disse che lui e i suoi collaboratori stavano analizzando i dati del giorno prima per programmare l’uscita in mare del giorno dopo.
Mi complimentai con lui per la bellezza della sua barca e gli manifestai il mio desiderio di assistere al varo. Ci accordammo per il giorno successivo.
Mi presentai all’ora convenuta e davanti ai miei occhi si ripeté la scena del giorno prima: tutti i tecnici correvano frenetici avanti e indietro coi computer e analizzavano i dati per programmare l’uscita in mare del giorno dopo.
L’armatore mi disse che il varo era stato rimandato perché le verifiche sul giorno prima non avevano dato risultati incoraggianti e bisognava riprogrammare tutto da capo.
Me ne andai.
Il giorno dopo, stessa scena e stesse spiegazioni: varo rimandato.
Entrai nel cantiere per qualche mese: ogni giorno davanti a me si svolgeva lo stesso copione con l’armatore che, allargando le braccia, sembrava dirmi: «Anche oggi prendiamo il mare domani».
Oggi la barca è ancora lì, tirata a lucido e rifinita in ogni sua parte.
È perfetta e non c’è motivo per tenerla ancora in cantiere, eppure è lì, ferma, con l’armatore che guarda i tecnici che si affannano con le loro analisi in mano, e corrono avanti e indietro  con la consueta frenesia, ma sempre più demoralizzati e stanchi,…

Rischia d’essere così la vita di ognuno:
se si impiega tutto il presente ad analizzare il passato per programmare il futuro, passano i giorni e non se ne vive uno.

martedì 27 ottobre 2020

Incontri

Camminando in oratorio ho incontrato una lattina calpestata.
Mi sono avvicinato e l’ho sentita che mi chiamava con un filo di voce.
Poverina: era lì tutta sola.
Mi chiese se potevo farle il favore di metterla insieme alle altre nel cassonetto.
Era preoccupata perché se fosse rimasta lì tra l’erba, qualche altro passante l’avrebbe schiacciata. Se, invece, fosse riuscita ad arrivare in un cassonetto della raccolta differenziata, il suo metallo sarebbe servito a produrre altre lattine e sarebbe stata ancora utile a qualcosa. Il pensiero la consolava.
 

«Mi hai convinto. Ti raccolgo. Fammi un po’ vedere cosa contenevi», dissi avvicinandola agli occhi per leggere l’etichetta. C’era scritto: «Concentrato di caffeina. Non raccomandato per i bambini e durante la gravidanza e l’allattamento, o per chi è sensibile alla caffeina».

«Praticamente contenevi caffè», le dissi pieno di stupore. «E come ci sei arrivata sul prato dell’oratorio? Da quando ai bambini piace il caffè?».

«Me lo chiedo anch’io. Non sono adatta ai bambini, né ai ragazzi. Tu glielo offriresti un caffè a un bambino?».

«No. Mai», le risposi deciso. «Perché un bambino dovrebbe bere caffè? È già pieno di vivacità ed entusiasmo. E così un ragazzo! A che gli serve il caffè?», argomentai.

La lattina ribatté: «Eppure ti assicuro che mi sono ritrovata tra le mani di un ragazzetto che s’è bevuto tutto in poco tempo, mi ha gettato a terra e mi ha schiacciato senza rispetto. Forse è perché ho un gusto più gradevole del caffè. Forse perché fa sentire grandi bere roba così. Farà anche sembrare grandi, ma fa male. Come siete strani voi umani: disposti ad avvelenarvi pur di sembrare grandi».

«Come darti torto, saggia lattina. Siamo così strani noi umani: invece di proteggere i nostri cuccioli da ciò che nuoce, li lasciamo in balia del consumismo, un idolo senza cuore molto abile a somministrar veleni, spacciandoli per felicità». [dGL]

lunedì 4 maggio 2020

Gesù Buon Pastore

Pecorella in attesa dell'autobus per l'ovile

Don Placido rimase molto meravigliato quando vide in TV e su internet che le opinioni venivano prese per pastori.

Si meravigliò perché molte volte nella sua parrocchia in collina o nelle passeggiate in montagna aveva incontrato greggi di pecore, cani pastori e pastori.
Aveva anche conosciuto ragazzi, giovani, adulti e anziani che facevano i pastori.

Mai, però, gli era capitato di incontrare pecore guidate e custodite da opinioni.

Un po’ agitato, don Placido corse subito a prendere il suo Vangelo e si rincuorò rileggendo le parole stesse di Gesù: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10, 11).

«Gesù è amore, non un’opinione», pensò don Placido guardando il Crocifisso.
E da quel giorno intensificò la preghiera per chi rischia di perdere Gesù Buon Pastore per andare dietro alle opinioni.

(dal diario di don Placido)

lunedì 17 dicembre 2018

La lettera di B. Natale


Caro Gesù,
da qualche giorno molte persone di tutte le età sono impegnate a scrivermi le loro letterine.

È sempre un bel momento per me, quando seduto comodamente davanti al presepe, Ti leggo ad alta voce tutte le lettere che arrivano.
Mi commuovo pensando di essere uno strumento per la gioia di tanti e sono contento di essere al Tuo servizio, Gesù, per moltiplicare la gioia di quella Notte Santa e far sì che ogni persona possa ricevere un po’ del Tuo immenso amore, attraverso il segno di un piccolo dono.

I più preziosi regali di Natale sono quelli semplici: un sorriso, una stretta di mano, la presenza accanto a una persona che vive da sola, la visita a un ammalato o a un amico,… una candelina colorata, una statuina del presepe, l’allegria nel ricevere e fare gli auguri, una preghiera,… Possono sembrare piccoli doni, ma in realtà sono la manifestazione visibile di un amore straordinario!

In questi giorni ho acceso la TV e mi sono distratto a guardare le pubblicità, interrotte di tanto in tanto, da qualche spezzone di film o telefilm.

«Come faranno grandi e piccini a resistere a un tale bombardamento?», mi chiedevo preoccupato. Ma poi mi sono ricordato che gli uomini e le donne hanno sempre la capacità di pensare e riconoscere l’essenziale: «… non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi», diceva la volpe al Piccolo Principe.
E tutti noi lo sappiamo; occorre solo ricordarcelo ogni tanto.

Domenica, come sempre, sono andato a messa e ho ascoltato Giovanni Battista!
Che voce forte aveva! Mentre parlava, sentivo il mio cuore muoversi: tutto quello che diceva Giovanni era vero. Quante volte ho due tuniche e mi lascio prendere dalla tristezza e dall’egoismo, come se non ne possedessi nemmeno una? Quante volte ho da mangiare in abbondanza, ma sembra che non mi basti mai?
E nella mia mente faccio mille propositi di bene: «Se avessi una tunica in più, certo che la darei a quel povero che ne ha bisogno. Se avessi più ricchezze, farei sicuramente generose elemosine,…».
Ma nel frattempo sto fermo con i pugni chiusi e le braccia conserte.

La mia coscienza approvava le parole di Giovanni e sentivo crescere in me un bel desiderio di conversione. Ero in mezzo a una folla che ascoltava. Alla fine della messa, sono uscito dalla chiesa convinto che insieme avremmo invertito la rotta e saremmo tornati a gioire dell’essenziale, a condividere il poco per la gioia di molti, a credere nel miracolo dell’amore!

Tutte le lettere che arrivano qui nella mia casa contengono richieste di amore, di amicizia, di buone parole, di fiducia, di belle relazioni, di concordia, di affetto, di gentilezza e tenerezza!

Caro Gesù,
in questi ultimi giorni di Avvento sarà molto impegnativo, per me e per i miei collaboratori, preparare i regali e girare il mondo per distribuirli.
Faccio tutto per amor tuo, Gesù e lo scrivo perché voglio che tutti lo sappiano! Voglio che tutti lo ricordino!

Perché se Tu, Gesù, non ci sei, come far festa?
Perché fare festa?
Per chi fare festa?
Con chi fare festa?

E se Tu non ci sei, io che sono nato dopo di Te e ho preso il nome dalla Tua festa, come potrò continuare a esserci?
Andrò in pensione?
Mi metteranno da parte?
Quanti pensieri… e quanta fredda tristezza…

Alzo gli occhi e guardo il presepe.
Tu sei lì tra Giuseppe e Maria.
E chi ti può togliere da lì?
Quello che è successo nella Notte Santa è storia, la nostra storia, la mia storia: il Natale è incancellabile!
Tu, Gesù, sei per sempre
e, grazie a Te, ogni uomo è per sempre!

Ritrovo coraggio, caro Gesù, e sento forte la gioia di donare a ciascuno tutto il Tuo amore!

Con affetto e gratitudine intramontabile,
tuo affezionatissimo,
Babbo Natale

mercoledì 15 novembre 2017

Edizione straordinaria


Il giorno dopo, le prime pagine dei giornali erano dedicate all’episodio accaduto durante l’inaugurazione del grande presepe allestito nella piazza principale della città.
Don Marco era stato testimone oculare dei fatti perché, come ogni anno, insieme al Sindaco e a molti cittadini, aveva partecipato al momento di festa e aveva benedetto il presepe prima dell’accensione ad opera del bambino più piccolo della città. Ma quello che era accaduto dopo, nessuno avrebbe potuto prevederlo: né le persone che avevano studiato il progetto, né i falegnami, che giorno e notte avevano lavorato per costruire l’ambientazione, né le sarte che avevano confezionato i vestiti per le grandi statue di cartapesta, né tutti gli altri che avevano collaborato in vario modo. I più stupiti di tutti, però, furono gli elettricisti.

Come prevede la tradizione, il pomeriggio dell’ultima Domenica di Avvento è iniziato con il concerto della Banda cittadina. Poi è stata la volta dei bambini della scuola, che hanno eseguito canti natalizi accompagnati da maestre, maestri e genitori. Infine, il Sindaco ha ringraziato l’Associazione che ha curato la realizzazione del presepe e ha passato il microfono al parroco. Don Marco ha colto l’occasione per esprimere la sua gioia per il Natale ormai prossimo, e la sua meraviglia nel vedere come la generosità di tante persone aveva prodotto un risultato davvero straordinario. Dopo aver incoraggiato i presenti a vivere le feste natalizie in uno spirito di solidarietà, condivisione e attenzione al prossimo, il parroco ha effettuato la benedizione. Quindi si sono avvicinati i genitori con il neonato per accendere le luci del presepe.

Il tasto di accensione viene premuto. La scena si illumina mentre un uomo si avvicina per scoprire il bambinello. È allora che da più parti iniziano forti esclamazioni di stupore: la mangiatoia è vuota. Giuseppe, Maria, il bue, l’asinello e i pastori fissano con grande attenzione la bella paglia sistemata per l’occasione. Gli elettricisti iniziano a sbracciarsi per far notare al Sindaco che la sera prima sulla piazza c’era molta più luce. Vengono passati in rassegna i faretti, ma risultano tutti accesi. Le statue meccanizzate funzionano e sono tutte concentrate nella ripetizione dei loro movimenti: il clamore che c’è attorno sembra non averle minimamente sfiorate.
Qualche istante dopo, don Marco si accorge che nel presepe manca la stella cometa. Gli elettricisti assicurano che fino all’ora di pranzo la stella era al suo posto e adesso nessuno sa spiegarsi cosa sia potuto succedere nel frattempo: era posizionata sopra la capanna, in un punto molto difficile da raggiungere; era impossibile spostarla.
Don Marco cammina con il Sindaco e si avvicina alle statue dei Magi. È da quella posizione, leggermente decentrata, che i due notano una luce fortissima in lontananza. Sembra provenire dal tetto della casa di riposo per gli anziani sulla vicina collina. La luce è intensa e i tecnici comunali, interrogati, non sanno cosa rispondere: è troppo forte per essere luce elettrica. Non resta che mettersi in marcia, proprio come i Magi tanti anni fa.
Il Sindaco e il Parroco aprono la fila dell’insolita processione e, seguiti da una folla di devoti, ma anche di curiosi, si avviano verso la luce. La banda suona musiche natalizie mentre il corteo si avvicina all’ospizio.
All’ingresso la Caposala sembra sconvolta: non riesce a spegnere le luci. È ora di dormire, ma i corridoi e le stanze sono illuminati a giorno: anziani e ammalati vagano per la struttura. Vedendo il Sindaco e don Marco, chiede loro: «E voi? Che ci fate qui stasera?». I due si guardano e le rispondono: «Cerchiamo il bambino: abbiamo visto brillare la sua stella!». La Caposala li osserva attentamente e si accorge che i due non stanno affatto scherzando. Allora decide di accompagnarli al piano di sopra.
Era ricoverato lì il vecchio parroco della città e i tre, con al seguito una folla di persone, pensano bene di andare prima da lui per sapere se ha notato qualcosa di particolare, o se ha qualche suggerimento che possa far luce sul mistero: gli anziani sono sempre depositari di sapienza, anche nel terzo millennio!
Nella stanza di don Giuseppe è impossibile entrare: ci sono un sacco di persone. Sono talmente tante che anche nel corridoio c’è gente in fila, ciascuno con qualcosa in mano, e ognuno aspetta composto il suo turno per entrare. La scena fa aumentare lo stupore delle persone venute da fuori: «Che cosa sta succedendo?», è la domanda che si legge sul volto di tutti.
Al vedere don Marco, il Sindaco e la Caposala, gli anziani del ricovero, con i volti luminosi di gioia, si affrettano ad aprire un varco perché possano entrare a visitare don Giuseppe. I tre, appena entrano, trovano il vecchio parroco seduto sulla sua poltrona, con in braccio il bambinello raggiante di luce; intorno ci sono persone che hanno portato dalle loro camere qualcosa da offrire al piccolo appena nato: chi una coperta, chi un dolcetto, chi un po’ di miele, chi una tazza di latte caldo, chi un fiore,… La banda inizia a suonare “Tu scendi dalle stelle” e i bambini a cantare; al piccolo coro si uniscono cittadini, Sindaco, Parroco e Caposala e la festa prende il colore della gioia, quella vera!

Eh sì, fu un Natale ben strano quello!
Un Natale che per qualche giorno fece parlare i giornali, ma per molto tempo fece cantare i cuori di tutti in città. Don Marco meditò a lungo su quanto aveva vissuto quella sera. Nessuno in città riuscì a dare una spiegazione logica all’accaduto: l’evento aveva del miracoloso.
Dopo lunghe riflessioni, don Marco arrivò alla conclusione che si era trattato di un segno e che le cose erano andate così perché nell’ospizio c’era gente che viveva nell’attesa: c’era, infatti, chi attendeva un amico, un parente, un figlio, un fiore, un dolcetto, una preghiera, un prete, la guarigione, un sorriso, una canzone, una carezza, una stretta di mano, un abbraccio,… l’Amore.
E Gesù proprio là nasce, dove viva è l’attesa.

[dGL]

mercoledì 16 novembre 2016

E con la fantasia intrecciare letteratura e realtà...



Capitolo ***

Di come don Chisciotte e Sancio Panza incontrarono un uomo di Atri e gli prestarono Ronzinante per onorare la Madonna di San Giovanni.

Dopo aver vagato a lungo per le colline marchigiane, don Chisciotte e il suo inseparabile scudiero Sancio, giunsero nei pressi di una città e incontrarono un uomo, in piedi vicino al suo carro, che fece loro cenno di fermarsi.
Il suo cavallo s’era azzoppato e non era in grado di affrontare la salita che dalla valle del Tesino conduceva alla città.
Don Chisciotte prontamente si offrì di prestargli la sua cavalcatura e legò Ronzinante al carro.
I tre si avviarono verso la città. L’uomo veniva da Atri per la festa in onore della Madonna di San Giovanni e spiegò ai due compagni di viaggio che l’infortunio del suo cavallo sarebbe stato un problema serio per lo svolgimento della festa: infatti la tradizione voleva che lui lanciasse i fuochi artificiali dal suo cavallo mentre correva su e giù per la piazza principale.

«Siete stato molto fortunato a incontrarci!», cominciò a dire don Chisciotte, mentre Sancio si metteva una mano davanti alla faccia in segno di disperazione.

«Dovete sapere che io sono un cavaliere e vado in giro per il mondo con il mio scudiero per soccorrere chi si trova in qualche genere di difficoltà. Saremo ben lieti di fermarci in città per la durata della festa; così voi potrete utilizzare Ronzinante per lanciare i vostri fuochi artificiali. È un cavallo abituato alle battaglie e non avrà certo paura di scintille colorate!».

L’idea piacque al mercante, un po’ meno a Sancio, che già sentiva odore di guai; meno di tutti piacque a Ronzinante, ma nessuno si sognò di chiedere il suo parere.

Il mercante, in segno di riconoscenza, si offrì di provvedere a sistemarli per i giorni della festa in una locanda della città.
A sentir parlare di cibo e di accoglienza, Sancio si rincuorò e, per un momento, smise di pensare ai fuochi artificiali.

«Mi hanno parlato molto bene di questa città. Il cibo è buono e il vino è dei migliori», disse lo scudiero rivolgendosi al mercante.

«Sì», confermò l’uomo, «Sono anni che partecipo a questa festa e sono stato sempre accolto bene; la gente è generosa e ospitale. Vi sentirete a casa vostra! E poi non potete immaginare quanti onori tributeranno al vostro cavallo! Vedrete che entusiasmo: una stalla tutta per lui, fieno di prima qualità,… e il giorno della festa, dopo aver onorato la Madonna con grande solennità, gli occhi della gente saranno tutti su di lui».

«Possibile che un cavallo sia così importante?», chiese don Chisciotte, manifestando il suo stupore.

«Cavaliere, voi siete molto famoso e la vostra fama avrà sicuramente preceduto il nostro ingresso in città. Ma per una sera, solo per quella sera, il vostro cavallo sarà più importante di voi. è per via della festa: se non ci fosse il cavallo, non ci sarebbero i fuochi artificiali. È uno spettacolo unico e anche voi, che avete girato tanto per il mondo, sicuramente non avete mai visto una cosa simile!», disse il mercante con gli occhi che luccicavano per l’entusiasmo.

A don Chisciotte tutta questa storia sembrava strana e cominciava a sospettare che ci fosse sotto qualche incantamento ad opera di oscuri nemici, ma il mercante di Atri sembrava sincero.

Sancio, invece, non aveva seguito il discorso perché era tutto concentrato a guardare il paesaggio e i campi ben lavorati e i calanchi, fenomeno assai suggestivo. Salire a piedi verso la città permetteva di godersi il panorama e tutto era così bello che gli sembrava non aver posto nella mente per altri pensieri: nessun fuoco artificiale avrebbe potuto eguagliare la bellezza di quella meraviglia naturale. Se ne era talmente convinto, che aveva deciso di chiedere a don Chisciotte di fermarsi lì ad abitare.

venerdì 1 aprile 2016

"Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,5)

Rileggendo Gv 15,1-17 e prendendo spunto in modo particolare  da Gv 15,5...

Una volta un contadino andò a raccogliere l'uva nella sua vigna, ma non ne trovò.
Allora se la prese col concime; buttò via quello che aveva sempre utilizzato e ne comprò un altro appena uscito sul mercato.
Al momento della vendemmia, entrò nella vigna e non trovò grappoli d'uva.
Allora se la prese con il terreno, che sicuramente non era stato lavorato in modo giusto,...
L'anno dopo la colpa fu dell'acqua, poi dei trattamenti inadeguati, poi della posizione della vigna, poi del vicino invidioso, poi della stagione troppo fredda, poi di quella troppo calda, poi degli animali selvatici,...
Il risultato, però, era sempre lo stesso: la vigna non produceva uva!
Solo dopo parecchi anni e altri costosi, ma infruttuosi, tentativi, il contadino si accorse che i tralci erano staccati dalla vite.

sabato 19 dicembre 2015

Fiori

«Don, possiamo chiederle una cosa?», disse quello che doveva essere il capo-delegazione.

«Vi ascolto», rispose don Placido, accogliendo i ragazzi nell'ufficio parrocchiale.

«Sono un po’ di giorni che volevamo parlare con lei, ma avevamo paura che potesse bocciare la nostra idea e quindi ci siamo decisi solo ora…», cominciò a dire il più grande del gruppo.

In effetti, don Placido si era accorto che da qualche giorno in oratorio quei ragazzi lo guardavano come se stessero cercando il momento opportuno per dirgli qualcosa, ma aveva voluto aspettare che si decidessero e non li aveva forzati a parlare con lui. Ora quella frase, se da una parte lo aveva rallegrato perché era il segno che volevano coinvolgerlo nei loro progetti, dall’altra gli aveva fatto venire il dubbio di aver comunicato, con il suo modo di fare, la sensazione che lui fosse un terribile esaminatore pronto a dare il giudizio finale a ciascuno dei suoi parrocchiani: «Inesorabilmente bocciato!».

Fu così che si ritrovò a dire: «Ragazzi, parlate pure senza timore: il prete non è uno che viene mandato in una parrocchia per bocciare le idee di quelli che incontra, ma per aiutarli a farle sbocciare per il bene di tutta la comunità! Sono qui per incoraggiarvi a mettere a frutto i vostri bei talenti e non per terrorizzarvi a suon di giudizi, finché non deciderete di sotterrarli quei talenti. Se li sotterriamo non porteranno frutti, se, invece, li mettiamo generosamente a disposizione dei fratelli, la nostra parrocchia sarà un bel giardino fiorito».

Rassicurati dalle parole del don, i ragazzi cominciarono a parlare con entusiasmo, tanto che le loro voci si sovrapponevano: «Noi pensavamo che si potrebbe…». [dGL]

venerdì 23 ottobre 2015

Mi piacerebbe…

Quella sera don Placido scrisse sul suo diario:

«Mi piacerebbe bussare alla porta dei miei parrocchiani senza un motivo preciso, semplicemente per andarli a trovare là dove stanno, tra le loro cose. Probabilmente si aprirebbero tutte le porte, anche quelle dei più lontani e farebbe l’effetto della visita di Gesù a Zaccheo o delle telefonate a sorpresa da parte del Papa. Perché, normalmente, i parrocchiani si aspettano la visita del prete per la benedizione della casa, per la comunione e l’unzione agli infermi, per chiedere i motivi della poca presenza a messa o all’incontro di catechesi,… ma non si aspettano che il pastore li vada a trovare per sapere come stanno e stare un po’ insieme. E quando capita, è qualcosa di eccezionale di cui si parla ai vicini con meraviglia e orgoglio: «Il curato è entrato in casa mia! Ha voluto sapere come stavo! Mi è venuto a cercare!». Fa questo effetto la Chiesa che trova il modo e il tempo di entrarti in casa. Ti fa piacere, perché la senti vicina, la vedi presente!

Mi piacerebbe bussare così alla porta dei miei parrocchiani,
ma poi penso che potrei metterli in imbarazzo, che dovrei progettare bene l’iniziativa specificando le ragioni che me l’hanno suggerita, gli obiettivi da raggiungere, i tempi di attuazione e le strategie; penso che a fine anno dovrei procedere alla verifica di quanto ho fatto, che l’impegno potrebbe non portare frutti, che scegliendo la pastorale a uomo, trascurerei la pastorale a zona,…
… e mi passa la voglia di provare.

Però quanto mi piacerebbe!». [dGL]

venerdì 2 ottobre 2015

La confessione della guida

Nel museo dove lavoro come guida, ci sono tre grandi ambienti da visitare: il padiglione della «chiesa antica», quello della «chiesa contemporanea» e quello della «chiesa del futuro».

Pastori e pecorelle, come turisti, vi si aggirano meravigliandosi di ciò che vedono.

Nel padiglione della «chiesa antica» fanno bella mostra di sé tutti i ricordi delle iniziative che, almeno a detta di un nostalgico, «una volta funzionavano così bene e oggi, inspiegabilmente, non si usano più».

Nel padiglione della «chiesa contemporanea», sono raccolte tradizioni provenienti da un passato prossimo; si tratta di tutte quelle cose che stanno passando di moda, ma in alcuni luoghi sono ancora in uso. Qui i turisti sono presi dai ricordi dell’infanzia o della giovinezza e si vede qualche lacrima di commozione.

Nel padiglione della «chiesa del futuro» sono esposte le nuove teorie, quelle suggerite dalla necessità di aggiornamento, dagli entusiasmi e dalle mode del momento. Di solito a questo punto della visita guidata, i turisti si accendono di entusiasmo e le esclamazioni si susseguono: «Finalmente!», «Era ora!», «Lo dicevo io che bisognava adeguarsi ai tempi moderni!», «Questo è quello che ci vuole per far tornare i giovani!», ...

Accompagno visite guidate da molti anni.
È bello fare il giro dei padiglioni con gruppi di tutte le età ed estrazioni sociali. Mi piace ascoltare ciò che dicono i visitatori mentre passiamo davanti a pezzi di storia più o meno vicini a loro. Mi piace guardare i loro volti stupiti quando troviamo, già custodita in museo, l’iniziativa pastorale che, solo qualche giorno prima, il parroco aveva presentato ai suoi collaboratori come «un’idea originale e attuale, al passo coi tempi».

Però, il momento che mi piace di più è quello dell’uscita, quando si torna a camminare per le vie del mondo, quando non si ha più a che fare con manichini, ma con uomini veri, quando la sicurezza di una teca allarmata viene sostituita dall’incertezza e dalla complessità delle relazioni, quando si torna a fare la storia.

A volte l’aria fresca non basta a svegliare i turisti e alcuni pare proprio che restino come incantati, pare che respirino un’aria perennemente condizionata, incapaci di vivere la fede come qualcosa che coinvolge tutto e non solo gli occhi: sentono, guardano, parlano, ammirano, ma non partecipano. Forse hanno paura che suoni l’allarme!

Altri escono dal museo contenti di aver trovato finalmente la soluzione: nei padiglioni del museo non è vietato fare le foto e così, una volta usciti, subito corrono a imitare, copiare, riproporre schemi, modelli, idee,… Forse a condizionarli è la paura di ascoltare la viva realtà: arrivano con la risposta pronta e, se qualcuno gli fa notare che essa non è aderente alla domanda, fanno in modo di adattare la domanda alla risposta.

Per fortuna, molti visitatori non hanno alcuna intenzione di vivere in un museo. Essi vi entrano mossi da un sincero desiderio di conoscenza, ma non si sognerebbero mai di abbandonare la dinamicità del presente per la staticità del passato.

È per questo genere di visitatori che continuo a fare il mio mestiere, convinto che il compito della storia sia quello di incoraggiare l’uomo a coinvolgersi veramente nel suo presente! [dGL]

mercoledì 19 agosto 2015

Un solo pallone, molti ricordi...

Fu un allegro vocio di ragazzi a riportarlo alla realtà.

Gridavano: «Palla!».

Il pallone si era fermato ai piedi dell’albero. Aprì gli occhi e vide un gruppetto di persone che gli facevano dei cenni. Gli stavano chiedendo di rilanciare la palla. Si alzò e diede un calcio al pallone mirando verso quella che doveva essere la porta. Il portiere non si fece cogliere impreparato e rispose al tiro con una presa sicura.

Il commissario si riaccomodò sulla panchina, soddisfatto: coi piedi se la cavava ancora abbastanza bene.

Ma invece di riprendere il filo dei suoi pensieri, cominciò a seguire la partita dei ragazzi e si accorse che c’erano anche un paio di educatori a bordo campo. Dovevano essere gli allenatori, o qualcosa di simile.
Forse erano ragazzi dell’oratorio parrocchiale.

«L’oratorio … Che bei ricordi!», pensò.

Da piccolo ci andava tutti i giorni per giocare con gli amici.
Lì aveva imparato a fare squadra, a non essere egoista, a condividere,…
Lì aveva scoperto l’importanza dell’amicizia, del sapersi divertire insieme, del rispetto per l’altro e per le cose dell’altro.

Il don li coinvolgeva nelle attività parrocchiali e loro erano contenti di aiutarlo.

Crescendo era diventato catechista.

Poi gli studi universitari lo avevano costretto a lasciare il paese. Tornava a casa solo nei periodi di vacanza e questo non gli permetteva più di seguire le attività parrocchiali.

Però aveva continuato ad andare a Messa tutte le Domeniche.
Era l’appuntamento con il Suo Amico Gesù e non vi avrebbe rinunciato per niente al mondo. E poi era l’occasione per stare in comunione con tutte le persone a lui care, vicine e lontane. [dGL]

venerdì 14 agosto 2015

Mulini a vento

Quando don Chisciotte e Sancio attraversarono il nostro paese, io ero poco più che ventenne. Affascinato dalle loro figure e da quello che avevo sentito raccontare di loro, decisi di seguirli e diventare un cavaliere errante. Non fu difficile procurarmi un’armatura, uno scudo e una lancia: il nostro paese era famoso per l’abbondanza di musei e ogni museo aveva il suo deposito. Lì trovai parecchie armature in buono stato. Ne scelsi una delle mie dimensioni e la provai. Ero un po’ impacciato nei movimenti, ma col passare del tempo mi sarei abituato.

Nella stalla di mio padre c’erano quattro cavalli. Sellai quello più vecchio e malandato: non era più adatto al lavoro nei campi e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.

Ormai tutto era pronto per la partenza.
Salutai i miei familiari dicendo loro che abbracciavo la vita dei cavalieri erranti e che sarei andato in giro per il mondo a combattere le ingiustizie e a difendere i più deboli. Non mi mancava, infatti, il coraggio; né mancavano le imprese da affrontare e i mulini a vento da sconfiggere.

Di buon mattino mi presentai a don Chisciotte chiedendogli di poter condividere con lui la via: avrei messo al suo servizio il mio braccio. Mi accolse con un sorriso benevolo e, a causa della mia giovane età, fu generoso nelle raccomandazioni e nella presentazione dello stile di vita di un cavaliere errante.

Sono passati alcuni anni da quel primo incontro e di avventure ne abbiamo vissute tante. Nonostante le proteste di persone molto ragionevoli, che mi consigliavano di tornare sui miei passi e di smetterla di fare battaglie contro i mulini a vento, non ho mai pensato di tornare indietro. Anzi, stando con quel prode cavaliere, ho scoperto che normalmente i mulini a vento sono utili all’uomo: macinano il grano per fare la farina con cui si prepara il pane e tante altre cose buone. Quindi, non c’è motivo di combatterli.

In verità, non è contro quei mulini che carichiamo lancia in resta, ma contro quelli che, sotto le sembianze dei mulini a vento, nascondono giganti pericolosissimi. Non è facile riconoscerli: tutti gli uomini comuni vedono semplici mulini a vento e ci prendono per matti. Ma allo sguardo esperto di noi cavalieri, essi si rivelano per quello che sono. E, allora, bisogna fermarli a tutti i costi perché tra le loro macine finiscono idee, talenti, progetti, sogni e desideri di tante persone buone e tutto viene ridotto in polvere.

Combattendo contro i falsi mulini a vento, abbiamo spezzato innumerevoli lance e il più delle volte, sconfitti e ammaccati, ci siamo ritirati in alberghi e ostelli, cercando cure e ristoro. Ma questo è il nostro dovere di cavalieri erranti e per nulla al mondo ci ritireremo a vita privata finché nel braccio avremo la forza per liberare gli uomini dalla stretta dei giganti! [dGL]

giovedì 13 agosto 2015

Grazie

Attraversando la piazza, don Placido notò seduti al bar alcuni giovani del paese. Conversavano allegri mentre facevano la più classica delle colazioni: cappuccino e cornetto.

Li conosceva tutti perché erano suoi parrocchiani, ma non aveva mai avuto occasione di parlare con loro.

Entrò nel bar, prese cappuccino e cornetto, consumò la sua colazione e si avvicinò alla cassa: «Pago un cappuccino, un cornetto e la colazione dei ragazzi seduti fuori», disse lieto.

Prima di uscire, raccomandò al barista di non dire chi era stato a offrire la colazione.
Poi salutò e tornò in canonica.

Qualche giorno dopo, don Placido incontrò per strada Giuseppe.
Il giovane lo ringraziò per la colazione.

Don Placido capì che il suo gesto non era rimasto segreto e disse: «Era il minimo che potessi fare per sdebitarmi!».
«Don, ma perché doveva sdebitarsi?», chiese il giovane con aria interrogativa.
«Quella mattina ero tutto preso dai miei pensieri e cercavo qualcosa che mi facesse ritrovare il sorriso. Vedervi insieme a parlare amichevolmente mi ha rallegrato e così ho pensato di ringraziarvi per quello che gratuitamente mi avevate offerto!», rispose contento. [dGL]

mercoledì 12 agosto 2015

In attesa

Il commissario, seduto dietro la scrivania del suo ufficio, passava in rassegna i fogli con i verbali degli interrogatori. Le indagini erano bloccate da giorni. Era quello che poteva dirsi un punto morto. Aveva seguito il filo degli indizi, ma a un tratto esso si era come spezzato e lui era rimasto con un capo in mano e ora non sapeva come andare avanti.

Che fare?

Il commissario Maigret sarebbe entrato in un locale affollato e, seduto a un tavolo, avrebbe passato un po’ di tempo a guardar vivere la gente, in attesa di una ispirazione.

Ma a lui i locali affollati non piacevano: gli confondevano le idee …

Il telefono cominciò a squillare.

«Saranno i soliti giornalisti a caccia di notizie», disse tra sé.

Infastidito, si alzò dalla sedia dirigendosi meccanicamente verso la porta.

Uscì dal commissariato.

«Succede sempre così: quando non sai che pesci pigliare, tutti a cercarti per avere delle risposte e tutti a pretendere di averle subito!», brontolava lungo la via.

Entrò in un parco e si sistemò su una panchina, all’ombra di un olivo. [dGL]

lunedì 8 giugno 2015

Il piccolo principe

Al termine della processione del Corpus Domini, un bambino venne verso di me ridendo; aveva i capelli d’oro. Lo riconobbi subito, tanta era stata la bravura dell’autore nel descriverlo.

Mi disse che la processione era stata molto bella; in modo particolare gli era piaciuto quando il tramonto del sole ci ha colto sul viale che ci avrebbe riportato in chiesa. Il paesaggio intorno veniva accarezzato dagli ultimi raggi di luce e per lui era stato confortante avviarsi verso la notte con la Presenza amica del Signore Gesù. Disse che era la prima volta che gli capitava, eppure erano anni che viaggiava ed era stato su molti pianeti e aveva partecipato a molte processioni …

Insomma era felice, come se avesse ricevuto il più grande regalo.

Che strano, pensai, questo piccolo principe: si rallegra delle cose che vive nel momento in cui le vive; noi, normalmente, rimandiamo la felicità al momento in cui le cose saranno cambiate e così rischiamo di non rallegrarci mai ... [dGL]

giovedì 23 aprile 2015

Lupi tra gli agnelli

Don Placido si era accorto che i lupi, da qualche tempo, avevano cominciato a camuffarsi da agnelli per poter girare e agire indisturbati, anche alla luce del sole. Riuscivano persino a belare così bene che si faceva gran fatica a riconoscerli.

Il prete, però, s’era fatto furbo e aveva preso l’abitudine di offrire a chi incontrava qualche foglia di lattuga.

Di fronte alla sua mano tesa, i lupi subito digrignavano i denti.
Gli agnelli mansueti, invece, s’avvicinavano a mangiare. [dGL]

martedì 14 aprile 2015

Tra la gente

Don Placido ascoltava sempre tutti, ma poi usciva di casa e andava in strada, tra la gente a respirare ciò di cui gli avevano parlato. [dGL]

martedì 7 aprile 2015

Lasciate

Nell’ufficio di don Placido, la catechista argomentava piena di zelo: «… e poi, anche Gesù una volta disse ai suoi discepoli: “Lasciate che i bambini buoni vengano a me!”».

Il sorriso spontaneo che al prete sfuggì di rimando, ebbe sulla donna l’effetto di un uragano su un mare già in tempesta …

«Mi chiedo che cosa c’è da ridere!», sbottò indispettita.

«Scusami», le disse don Placido con tono paterno, «So bene che la cosa ti sta a cuore, però non irritarti. Gesù disse semplicemente: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite …” (Mc 10,14). A noi, discepoli, Egli non chiede mai di dividerli in buoni e cattivi, ma di avvicinarli tutti a Lui. Perciò, accogliamo sempre con gioia i più piccoli e aiutiamoli a incontrare Gesù! Questo basta». [dGL]