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martedì 3 febbraio 2026

«Chi pensa di…»

«Chi pensa di difendere, con la guerra, la libertà, si troverà con un mondo senza nessuna libertà.
Chi pensa di difendere, con la guerra, la giustizia, si troverà con un mondo che avrà perduto perfino l’idea e la passione della giustizia.
[…]
Chi pretende difendere con la guerra la cristianità, riporterà la Chiesa alle catacombe.
Chi vuol difendere con la guerra la civiltà cristiana, s’accorgerà d’aver aperto la strada alla barbarie» (don Primo Mazzolari, Tu non uccidere, ed. Paoline, p. 89)

mercoledì 21 gennaio 2026

«Non è forse una contraddizione?»

«Il cristiano che non si scopre in contraddizione con il Vangelo di pace, o non si è mai guardato in Colui che – essendo «segno di contraddizione» – svela i pensieri degli uomini, oppure ama ingannare se stesso.
La misura della nostra elevazione spirituale viene fornita dalla maggiore o minore consapevolezza delle nostre contraddizioni, la quale ci distoglie dal sentirci soddisfatti e dal legare lo Spirito al nostro corto passo e ai nostri brevi traguardi.
 
Non è forse una contraddizione

che dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di pace?

che sia tuttora valida la regola pagana: «si vis pacem, para bellum»?

che l’omicida comune sia al bando come assassino, mentre chi, guerreggiando, stermina genti e città sia in onore come un eroe?

che nel figlio dell’uomo, riscattato a caro prezzo dal Figlio di Dio, si scorga unicamente e si colpisca senza pietà il concetto di nemico per motivi di nazione, di razza, di religione, di classe?

che l’orrore cristiano del sangue fraterno si fermi davanti a una legittima dichiarazione di guerra da parte di una legittima autorità?

che una guerra possa portare il nome di «giusta» o di «santa», e che tale nome convenga alla stessa guerra combattuta dall’un campo o dall’altro per opposte ragioni?

che si invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di milioni di figli di Dio?

che venga bollato come disertore e punito come traditore chi, ripugnandogli in coscienza il mestiere delle armi, che è mestiere dell’uccidere, si rifiuta al «dovere»?

che sia fatto tacere colui, che per sé soltanto, senza la pretesa di coniare una regola per gli altri, dichiara di sentire come peccato anche l’uccidere in guerra?

che si dica di volere la pace, e poi non ci si accordi sul modo, appena sopraggiunge il dubbio che ne scapiti la potenza, l’orgoglio, l’onore, gli interessi della nazione?

che si predichi di porre la vita eterna al disopra di ogni cosa, e poi ci si dimentichi che il cristiano è l’uomo che non ha bisogno di riuscire quaggiù?

 
Crediamo che questi pochi accenni bastino a dar rilievo alla nostra sostanziale contraddizione, per metterci in vergogna davanti a noi stessi, e per sentirci meno sicuri in un argomento ove la nostra troppa sicurezza potrebbe degenerare in temerarietà o in un delittuoso conformismo alle opinioni dominanti» (don Primo Mazzolari, Tu non uccidere, ed. Paoline, pp. 26-27)

sabato 5 aprile 2025

Vi ho dato l’esempio

 

«Intendete voi quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate il maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato a voi i piedi io, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l’esempio, affinché facciate anche voi come ho fatto io».
 
Vi ho dato l’esempio. Se dovessi scegliermi una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito.
A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La mia passione, la mia imitazione di Gesù morituro possono fermarsi a questo.
 
(Luigi Santucci, Una vita di Cristo, ed. San Paolo, pp. 192-193,)

giovedì 27 febbraio 2025

Paradiso per fragili

I consigli dei “sani” al Papa (che poi a me pare che il sano sia il Papa e noi tutti ammalati), le sTrumpalate raccolte e amplificate dai superuomini di oggi, piccoli piccoli ma tanto pericolosi come i superuomini di ieri, le notizie di violenza, guerre, soprusi, ingiustizie, le uccisioni di bambini, donne, uomini, gli abissi dove sprofondano i poveri, ma anche la classe media, la schiavitù e la tratta di donne e uomini, la fame che uccide come la guerra, … mi viene il mal di pancia la mattina e non so se è ansia, inquietudine, rimorso, paura, rabbia, indignazione, insofferenza,… o semplicemente la mia umanità (o divinità, visto che siamo a immagine e somiglianza di Dio) che si ribella e non vuole tacere.
 
Stamattina ho preso un caffè con Osvaldo Soriano e poi sono sceso a celebrare la messa delle 7.00 e ho fatto colazione con Siracide, Salmo 1 e Vangelo di Marco e mi sono ritrovato a fare la comunione finalmente in pace, in santa pace perché ho visto chi devo seguire e guardare, ho visto dove e come devo stare!
 
Cominciamo con Soriano:
«Domenica [don Salvatore] era triste perché era morto Borges, che aveva i suoi stessi anni. Lui non lo aveva mai letto, ma sapeva che era uno scrittore di genio e un uomo molto popolare.
– Di quella gente che pensa con la testa, – mi disse.
Poi mi chiese se era difficile il mestiere dello scrittore e a che diavolo servisse. Me l'avevano già chiesto altre volte, di modo che me l'ero potuta cavare spiegandogli che non serve a niente, ma che forse lui non sarebbe stato com'era, un tipo seduto per sempre, se non fosse esistito qualcuno che avesse dato un senso alla sua ribellione.
– No, quale ribellione, - mi disse, guardando a terra, – così si sta meglio. È la posizione per aspettare, mangiare, parlare con i bambini. C'è qualcosa di più interessante di questo?» (Osvaldo Soriano, Futbol. Storie di calcio, Einaudi)
 
E subito ho pensato al Papa, al primo Papa, chiamato a essere Papa dopo una vita trascorsa a rimanere dietro a Gesù e a rinnegarlo volta per volta, volta dopo volta,… un Papa fragile, Pietro e ben cosciente della sua fragilità. Scelto a essere Papa non nel pieno dell’entusiasmo per l’ennesima pesca miracolosa (153 grossi pesci), ma nel ricordo e nella coscienza dolorosa della sua povertà: «Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”» (Gv 21, 17). Dunque, non nel pieno della forza, ma quando è forte la coscienza della propria debolezza: «Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”» (Gv 21, 18).
È che a me questo «tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» continua a spaventarmi, continua a sembrarmi un impedimento insormontabile e invece si tratta di ascoltare Gesù che mi dice ancora una volta: «Seguimi» (Gv 21, 19). Seguimi e non fantasticare di una tua forza, di una tua potenza, di un tuo saper fare,…
Pietro, Gian Luca,… fidati di me!
 
Papa Giovanni si contraddistinse per la bontà, Papa Paolo VI per aver vissuto con mitezza, sapienza e fiducia in anni di “rivoluzioni e violenze”, Papa Giovanni Paolo I ci è rimasto impresso per la sua dolcezza e anche per la sua morte improvvisa, Papa Giovanni Paolo II per la sua forza d’animo, anche nella malattia: Totus tuus, Papa Benedetto per la limpidezza della sua fede, per la sua grandezza intellettuale e per l’umiltà testimoniata fino alla sua morte, Papa Francesco per questo suo andare e invitarci ad andare con Cristo e con lui, poveri tra i più poveri, tra gli scartati, tra i dimenticati e andarci perché lì è la gioia piena del Vangelo, lì è Gesù risorto con loro e con noi, se accettiamo di vivere poveri come Lui.
E se Dio, attraverso il Papa, mi stesse mostrando che riconoscendomi fragile tra fragili, povero tra poveri "si sta meglio"? "È la posizione per aspettare, mangiare, parlare con i bambini. C'è qualcosa di più interessante di questo?" (Osvaldo Soriano).
 
E il Siracide, a colazione, mi ammonisce: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”. Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore. […] Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato…» (da Siracide 5, 1-10, prima lettura della messa di oggi).

Parole di deboli che vogliono mettersi al sicuro limitando e bloccando la potenza dei forti, direbbe Nietzsche e con lui tutti i superuomini di ieri e di oggi che queste parole se le gettano alle spalle e si vantano di esserne al di sopra: «Ho peccato, e che cosa mi è successo?» (sempre dalla prima lettura di oggi). E calpestano donne e uomini, vicini e lontani, compaesani e stranieri: perché si comincia sempre con gli estranei, ma poi s’arriva a eliminare pure i familiari: “Basto a me stesso”. Ed è terribile! Ed è capitato in ogni epoca storica e in ogni regime, di qualsiasi colore politico.

Parole di Dio e di uomini belli, dico invece da credente che ha fatto esperienza della pace e della gioia, della beatitudine e della felicità di vivere e veder vivere così: nel rispetto della dignità dell’altro, nel prendersi cura del bene comune, nel cercare e fare il bene perché tutti stiano bene, nell’essere in comunione con Dio e col prossimo, nel riconoscerci tutti fratelli e avere a cuore il destino di ognuno. Questo sta a cuore a Dio: che io non mi perda nei miei egoismi, cercando la felicità dove essa non è e non potrà mai essere!

 
E poi le parole del salmo che mi dicono dove e come stare, che posizione prendere: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte» (Salmo 1). È la legge del Signore a farmi uomo, perché è Lui che mi ha creato e mi ha fatto a Sua immagine e il Signore è misericordioso, il Signore va al passo del più lento.
Immaginare Dio che va a velocità supersonica, tutto preso a raggiungere l’obiettivo tanto da non fermarsi a salutare un poveretto, è una bestemmia! E sto male e faccio male proprio perché mi immagino di dover essere così, perfetto esecutore di un programma, veloce, velocissimo, onnipotente, onnipotentissimo… E intanto soffrono e muoiono tutti quelli che sorpasso, tutti quelli che scarto…
 
E infine il Vangelo di Marco che mi invita a porre rimedio a questo mio delirio d’onnipotenza decidendo di procedere con una mano sola, con un piede solo e con un occhio solo per essere sicuro di andare al passo giusto per entrare nel regno di Dio (da Mc 9, 41-50, Vangelo della Messa di oggi), perché solo i poveri, i bambini, i piccoli, gli scarti, gli inutili, i non guardati, gli ultimi entreranno nel regno di Dio.
 
        Chissà dunque dove stiamo correndo noi “sani” e sempre più “sTrumpalati”?
 
        Spero che non stiamo puntando a Marte, ma che, in comunione con Cristo, coi Papi e coi Santi, fragili tra fragili, puntiamo al Paradiso!

domenica 23 febbraio 2025

«Parla senza stancarti, don Camillo,…»

«Gesù» disse don Camillo al Cristo Crocifisso dell’altar maggiore «perché continuare a parlare se nessuno mi ascolta?»

Don Camillo era pieno di amarezza e il Cristo gli sussurrò parole di conforto.

«No, don Camillo: non è vero che nessuno ti ascolti. Quando tu, dall’altare o dal pulpito, parli, tutti sono attenti alle tue parole. Molti non le intendono ma non importa: l’importante è che il seme della parola di Dio si deponga nei loro cervelli. Un giorno, improvvisamente, dopo un mese o un anno o dieci anni, chi ha ascoltato la Parola di Dio senza intenderne il significato, ecco che riudrà risuonarsi all’orecchio quella parola e non sarà più una semplice parola ma un monito. Rappresenterà essa la soluzione di un angoscioso problema, rappresenterà un bagliore di luce nella tenebra, un sorso d’acqua fresca nella sete. L’importante è che essi ascoltino la Parola di Dio: un giorno chi l’ha ascoltata senza intenderla si accorgerà che essa è diventata un concetto. Parla senza stancarti, don Camillo, metti nelle tue parole tutta la tua fede, tutta la tua disperata volontà di bene. Spargi con mano generosa e mai stanca quel seme che un giorno fruttificherà anche nel terreno più arido. Dovunque è un cervello c’è una possibilità di ragionamento. Parla e accontentati che tutti ti ascoltino» (Giovanni Guareschi, Tutto Don Camillo, vol. I, BUR, p. 718).

* Dedicato al Papa e a tutte le persone che nella mia vita non si sono mai stancate di seminare la Parola di Dio!

venerdì 3 gennaio 2025

Questo comanda la pace

«Come opera la pace nella presente incertezza di questa regione, in questo nostro mortale pellegrinaggio, quando nessuno è completamente svelato all’altro e nessuno scorge l’intimità (cor) del prossimo? Come opera la pace? Non giudica ciò che è incerto, non afferma ciò che non conosce; nei riguardi altrui è più incline a pensar bene che a sospettare il male. Non gli importa molto sbagliare, quando pensa bene anche di chi è cattivo; giudica pernicioso pensar male di chi forse è buono. Non so com’è quel tale; ma che cosa perdo a pensare che è buono? Nell’incertezza, puoi usare cautela, perché potrebbe essere vero; ma non condannarlo come se fosse vero. Questo comanda la pace. «Cerca la pace e seguila» (Sal 34,15)» (S. Agostino, Enar. in Ps. 147,16).

venerdì 22 novembre 2024

LA RIVOLUZIONE CRISTIANA

RIVOLUZIONE A PASSO D’UOMO

di don Primo Mazzolari - 15 maggio 1949
 
Dio che si fa uomo per salvare l’uomo pare un racconto fiabesco, mentre l’Incarnazione è il Mistero che illumina il mistero dell’uomo e di ogni sua cosa.
Se il mondo moderno avesse dedicato allo studio dell’Incarnazione il tempo e la cura che ha dedicato alle leggi economiche formulate da Riccardo o da Marx, quanti problemi dell’uomo avremmo capito e risolto!
Purtroppo, anche molti cristiani, che non sanno intuire come il momento religioso si inserisca nella sostanza e nella storia dell’uomo, sono rimasti speculatori astratti e sterili del Mistero dell’Incarnazione.
Chi crede veramente in Cristo non può non aver presente che il suo modo di salvarci è la regola su cui dobbiamo ordinare ogni nostro sforzo di salvezza anche nel temporale.
Questa mancanza d’immaginazione e di obbedienza al Mistero, è la massima carenza della cristianità moderna, la quale trascurando di mettere a frutto il dono dell’Incarnazione, si lascia incantare dalle piccole invenzioni umane, vergognandosi di fronte ad esse di un patrimonio che, rimanendo sconosciuto ai nostri occhi, diventa spesso oggetto o tentazione di baratto.
La suggestione in campo cristiano del socialismo di ieri e del comunismo di oggi non comporta altra spiegazione. Chi crede di avere e non ha sol perché possiede l’arte di dar lustro al proprio niente, riesce a destare invidia negli stesi che hanno e non sanno di avere. La fede diviene incerta e rischia di perdersi, quando s’oscura in noi quella giusta e naturale estimazione di essa, che pur non essendo staccata da uno stato di grazia, s’appoggia alla ragionevolezza e all’esperienza quotidiana. Ciò che serve per il di là, serve anche per il tempo, così che il vero cristiano è vero uomo, e vero cittadino.
Se i teologi volessero, avrebbero in mano la possibilità di un magnifico e ineguagliabile ampliamento sociale della dottrina cattolica, che verrebbe in tal modo sottratta, non agli indispensabili contributi della tecnica, ma alle influenze e ai prestiti onerosi di certe ideologie, che, per quanto adattate al pensiero cristiano, finiscono per togliergli originalità e fecondità proprio in quel campo, dove oggi avviene un confronto decisivo tra le forze cristiane e quelle non cristiane.
Ci limiteremo a pochi accenni, quei che bastano per far convergere l’attenzione degli spiriti più vigilanti sull’inesauribile lezione del Mistero dell’Incarnazione.
 
Et homo factus est
L’uomo non lo si salva dal di fuori, molto meno forzandone i limiti, sia esaltandolo fino a farne un superuomo, sia avvilendolo fino a ridurlo a un sotto-uomo.
Se qualcuno si propone il nostro bene, esso non può essere che su misura dell’uomo: e la misura va presa dal di dentro, assicurando o accettando la condizione umana, il solo modo di conoscere veramente l’uomo.
Cristo accettò di fare l’uomo «fino alla morte e alla morte di croce». Questa sua costosa obbedienza alla condizione di una creatura, che, uscita perfetta dalle mani del Padre, s’era venuta guastando, è una divina dichiarazione di rispetto, di stima e di amore all’uomo.
Si salvano le cose che valgono, e il loro valore è commisurato sul costo della loro salvezza. Ognuno di noi vale il Cristo che si fa uomo e che muore sulla croce per l’uomo.
Da questo incontro col Figliuolo di Dio sul piano dell’uomo, da questa «compagnia» che lo fa uno di noi, viene stabilito il valore incomparabile della persona umana, la sua dignità, la sua libertà.
Non si fa la rivoluzione che salva se prima non viene stabilito cosa vale un uomo.
Se vale per ciò che produce o per altre considerazioni del genere, è fatale che venga trattato come una merce, come è fatale che venga battuto nella concorrenza di altre forze che rendono di più e che possono essere usate senza scrupolo.
Cristo, facendosi uomo ha garantito ad ognuno il suo valore senza prezzo, ravvivando, di fronte all’egoismo divoratore dell’uomo sull’uomo, l’intangibilità di quel diritto divino che la creazione aveva impresso sul volto di ognuno.
Il titolo di lavoratore è tutt’altro che spregevole, ma è un aggettivo dell’uomo. Il mio lavoro vale perché è un lavoro di uomo.
Certe scoperte quindi, sono inconsistenti e pericolose e da sole (in una visione marxista restano purtroppo da sole) non bastano per una rivoluzione che intenda salvare non soltanto le braccia o lo stomaco o le opere dell’uomo, che è braccia, stomaco e qualche cosa di più.
 
Cristianesimo, rivoluzione a passo d’uomo
Il mistero dell’Incarnazione non predica la rivoluzione ma è la stessa rivoluzione nel senso pieno di salvezza, per il solo fatto che è Dio nell’uomo.
Il cristianesimo è la rivoluzione di Dio a passo d’uomo.
Il passo dell’uomo è divenuto insopportabile ai rivoluzionari di mestiere, i quali pur di arrivare (dove vogliono arrivare?) sono disposti a cancellare l’uomo.
Bernanos ha parlato della civiltà degli automi: ma la desolazione di quel mondo è niente a confronto di ciò che possiamo chiamare la rivoluzione degli automi, che ne sarà la necessaria introduzione.
Meglio rimanere come Mosè sulle soglie della Terra promessa, in una speranza che ce la fa ancora più cara, piuttosto che entrarci per farne una terra senza uomini.
Tra una giustizia che, per farmi stare bene, mi cancella come uomo, e un’ingiustizia che almeno mi lascia la possibilità di soffrire da uomo, io scelgo l’ingiustizia. Soffrendo da uomo, pongo le premesse di quella rivoluzione che può cancellare le ingiustizie senza cancellare l’uomo.
 
 
LA RIVOLUZIONE CRISTIANA È LA RIVOLUZIONE DELL’ULTIMO
 
Pericolosi “aggettivi”
All’uomo non è mai bastato essere uomo: gli è sempre parso troppo poco, una nudità di cui si vergogna, e fin da principio si è provato a coprirla questa sua naturale povertà.
Con roba, e ne venne fuori il ricco (homo dives)
con notizie, e ne venne fuori il sapiente (homo sapiens)
con armi, e ne venne fuori il potente (homo potens)
con tanti come lui, e ne venne fuori l’orda, la massa.
L’uomo, però, sotto le insegne del ricco, del sapiente, del potente, della folla, lo si scopre a fatica.
Capisco Diogene che va in cerca dell’uomo: capisco ancora meglio il Vangelo: «Che importa all’uomo di guadagnare anche tutto il mondo, se poi non trova più se stesso?».
Far baratto dell’essere per l’avere, prima di essere il nostro dramma, è un mestiere, verso il quale abbiamo paurose inclinazioni.
In campo sociale accade lo stesso: direi che lì si paga ancor di più perché si porta via agli altri. Per essere non occorre rubare: per avere in quel modo che pare lusinghiero, sì.
 
Tra uomo e uomo
Non mi fa paura l’uomo, mi fanno paura le aggiunte, le quali, pur non essendo pericolose per se stesse, ci mettono in tentazione di non comportarci da uomini gli uni gli altri.
Se invece del mio cuore o della mia ragione metto avanti la mia coltura, il mio denaro, il mio mitra, il confronto non è tra uomo e uomo.
L’astuzia, il sapere, la forza, il numero, il denaro hanno ragione dell’uomo.
Il regno dei servi non è mai incominciato diversamente, e, se dura, dura purtroppo per gli stessi motivi.
Il fatto è deplorato da tutti, ma quando si propone la rivoluzione quasi tutti la propongono sul vecchio piano e ne paiono soddisfatti e sicuri.
Non c’è novità ove manca la novità evangelica. Non dovrebbe essere difficile l’accorgersene, ma è tale la fretta di provvedere che pensiamo piuttosto alla volta buona che alla strada buona. – Stavolta va; deve andare.
E per assicurarcene, ogni mezzo viene accettato per buono, quasi il male avesse il potere di liberarci dal male; come se la ricchezza, l’astuzia, la forza e il numero non procedessero dal Maligno e non possano divenire anche in mano nostra strumenti di sopraffazione e di sfruttamento.
 
“Ciò che fate all’ultimo…”
Cristo, non solo si fa uomo, ma per toglierci alla suggestione pericolosa delle aggiunte si fa l’ultimo.
L’ultimo è il povero, l’umile, l’inerme, il solo.
E le sue parole non sono staccate da quello che Egli è: e sono creative appunto perché dice ciò che Egli è.
– «Beati i poveri: beati i mansueti – chi di spada ferisce di spada perisce – volete andarvene anche voi?...».
E sulla croce è nudo, solo, inchiodato.
Come ultimo egli si mette nelle condizioni di servire. «Sono venuto per servire non per essere servito». «Il più grande stia tra voi come colui che serve».
E il rito della Lavanda sovverte quei criteri gerarchici che non rispettano il valore dell’uomo.
Ciò che può togliere all’uomo di fare l’uomo, non è necessario per la felicità dell’uomo, la quale non è legata al «primo», ma all’«ultimo».
«Gli ultimi saranno i primi». L’ultimo si salva perché è il solo che salva.
Il capovolgimento è completo, ma non così assurdo come si crede da molti, i quali non si sono mai resi conto che gli egoismi sono irrisolvibili sul piano della concorrenza: che tra uno che non ha e agogna d’avere e uno che ha e si protegge per non dare, la differenza è solo quantitativa e senza via d’uscita verso la fraternità.
Tra ricchi e no, il problema più che di giustizia è di successione se ci distacchiamo dalla tradizione rivoluzionaria cristiana. Dove la quantità del possedere è la condizione per essere felici, l’equilibrio tra due egoismi o non esiste affatto o è instabile, come è instabile la pace nell’equilibrio dei blocchi.
L’umano viene unicamente difeso da ciò che è cristiano. Se prendo una rotta diversa non sbarco più in terra d’uomo, ma in barbaria, ove succede quel che succede, e ogni cosa che succede è purtroppo paurosamente logica.
Il mio cuore che sente tuttora cristianamente, potrà condannarla, ma fino a quando, se la mia logica la giustifica? I comunisti non s’accorgono che vivono di sostanza cristiana: quando l’avranno esaurita o calpestata come stanno follemente facendo, non potranno nemmeno ripetere le fatidiche parole che sorreggono la loro propaganda.
 
Quando non ci sarà più gusto a fare il ricco
Chi si fa povero riesce a mettersi coi poveri in una maniera che non offende neanche i ricchi, ai quali lascia la via aperta a fare lo stesso.
È un invito. «Va’, vendi ciò che hai; dallo ai poveri, e seguimi».
Quando nessuno invidiasse i ricchi e nessuno si lasciasse comperare o intimorire dalla ricchezza, non ci sarebbe più gusto a fare il ricco né il prepotente.
L’uno e l’altro mestiere non hanno un proprio gusto: glielo diamo noi, mettendoci in concorrenza.
 
Primi e ultimi: più e meno
Non è che non ci sia un primo nella vita: il Vangelo non nega la realtà che ha il più e il meno.
C’è un primo che va raggiunto per una strada che è alla portata di tutti e che stabilisce in maniera vera la possibilità dell’eguaglianza e quindi della felicità senza togliere a nessuno, perché diventa un dono scambievole in una gara che restituirebbe sapore e gioia a ogni cosa, poiché ogni cosa diventerebbe eucaristia e l’uomo un sacerdote.

venerdì 14 giugno 2024

Dimenticare se stessi

«Come introduzione al nostro lavoro comune, voglio raccontarvi ora una storia tratta dall’opera di uno scrittore cinese che visse più o meno tremila anni fa. Soltanto pochi sembrano mettere in pratica la lezione che tale storia contiene. Io stesso faccio del mio meglio per riuscirci, e potrebbe essere utile anche a voi riflettere su quanto viene narrato in questo libro. Uno scultore creò una volta una splendida statua di legno, che venne apprezzata moltissimo da tutti quale autentica opera d’arte. Anche il suo sovrano, il principe Li, era colmo di ammirazione e gli chiese il segreto della sua arte. Lo scultore rispose: “Come potrei io, uomo semplice e vostro servitore, avere un segreto per voi? Non ho alcun segreto, né la mia arte è speciale. Intendo tuttavia raccontare com’è nata la mia opera. Dopo essermi prefisso di creare una statua, mi sono accorto che in me c’erano troppa vanità e orgoglio. Mi sono quindi adoperato due interi giorni per liberarmi da questi peccati, finché non ho creduto di essere puro. Ma a quel punto ho scoperto di essere spinto dall’invidia nei confronti di un collega; per altri due giorni mi sono prodigato e alla fine ho sconfitto la mia invidia. In seguito ho scoperto di desiderare troppo la vostra lode. Far sparire questo desiderio mi è costato un altro paio di giorni. Infine mi sono accorto di pensare a quanto denaro avrei potuto ricevere per la statua. Questa volta ho avuto bisogno di quattro giorni, ma da ultimo mi sono sentito libero e forte. Sono quindi andato nel bosco e quando ho visto un abete che mi è parso adatto, l’ho abbattuto, l’ho portato a casa e mi sono messo al lavoro”. Si potrebbe quindi riassumere questa storia, dicendo che chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso. Ebbene, ovviamente non possiamo, ogni giorno e ogni ora della nostra vita, riflettere sullo stato d’animo con il quale svolgiamo un lavoro o una data azione e su quale sia il significato più profondo della nostra attività. Di tale significato, tuttavia, noi pedagoghi e psicologi dobbiamo aver consapevolezza, almeno ogni tanto…» (Citazione di Alfred Adler in una pagina del Diario di Etty Hillesum, Adelphi, pp. 39-40).

mercoledì 20 marzo 2024

Il Papa

«Una simpatica rivista, Lilium, edita dal Seminario ginnasiale della diocesi di Milano, narra che un giorno il Tempo, sotto forma di un vegliardo, si presentò al Faraone. Il Faraone impallidì e si avvolse nelle fasce del suo mantello; le armi arrugginirono; il palazzo cadde in rovina; tutto intorno si fece deserto e silenzio.

Poi il Tempo andò a Babilonia, ad Atene, a Sparta, a Gerusalemme: per dove passava, tutto polverizzava.

Venne anche a Roma, salì il Vaticano e vi trovò un tremulo vecchio con la tiara. Credette di rovesciarlo con un soffio. Ma il vecchio gli chiese:

“Chi sei tu?”.

“Io sono il Tempo”.

“Io sono l’Eternità”.

E quel vecchio tremulo con la tiara fu l’unico che sulla terra trionfò del Tempo, e resta ancora là sul Vaticano, immortale.

“Un vecchio che non muore”: ecco la definizione del Papa, data dal De Maistre. Ogni volta, infatti, che s’era recato a Roma – da fanciullo, da giovane, da uomo – per vedere il Papa, vi aveva sempre trovato un vecchio, un vecchio sì, ma che non muore. Vecchio, per significare la profonda saggezza ed esperienza della vita; sempre vivo, per significare la perenne giovinezza della sua dottrina.

Non è forse l’identica parola, pronunciata in uno degli ultimi mesi della sua vita, da Pio XI?

Chamberlain, primo ministro dell’Inghilterra, si era recato da Lui in udienza. Ed il venerando Pontefice lo accolse dicendo: “Signor ministro, siete venuto a vedere un uomo morente. Il Papa, però, non muore. Quando ritornerete a Roma, troverete ancora il Papa”» (Mons. Francesco Olgiati, Schemi di conferenze, Vita e pensiero, 1950).

venerdì 29 settembre 2023

I piccoli dell’uomo

«Al riformatorio non hanno fatto altro che trattarmi da «seme bacato». I piccoli dell’uomo sono come chicchi di senape o di grano: se crescono male o non danno frutti abbondanti è perché non ci si è presi cura di loro. Non si può chieder loro di amare il bello, il vero, il bene, quando non sono stati guidati al bello, al vero, al bene. Non si può chieder loro di credere nell’uomo, quando non sono stati né voluti, né ascoltati. Affinché il seme dia frutti, occorre occuparsi della terra con amore, essere attenti alla crescita, talvolta tagliare, talvolta sarchiare e rispettare i tempi» (Tim Guénard, Più forte dell’odio, TEA).

lunedì 26 dicembre 2022

Cari a Dio

«La convinzione inculcata dalla religione che su altri piani e in altri mondi saremmo stati riscattati dalle nostre pene, generava un orizzonte di fiducia e una maggiore capacità di sopportazione e suscitava altresì rispetto per il povero o lo sfortunato: non reietti e maledetti ma cari a Dio, e perciò da trattare con riguardo. Il povero e il malato erano riscattati già in vita nella loro dignità da quella ricompensa che avrebbero ricevuto dal cielo o in cielo. Insomma la promessa della gloria post mortem non generava solo alienazione in terra, come sostenevano Feuerbach e Marx, ma aveva effetti sociali e morali benefici (carità, solidarietà, dignità, compassione). Perso quell'orizzonte di speranza, tutte le aspettative si sono trasferite in terra in forma di diritti e pretese; e se disattese o deluse producono ribellione, frustrazione, malcontento» (Marcello Veneziani, Scontenti, Marsilio Editori, Venezia 2022, p. 47).

martedì 29 novembre 2022

Ritratto di una Mamma

«“Onora tuo padre e tua madre” … Onorali con dimostrazioni di rispetto, in modo da astenerti da ogni offesa, perché nemmeno con l’espressione del viso si deve mancare alla pietà dei genitori… L’onore però non consiste soltanto nelle manifestazioni di rispetto, ma anche nella generosità…: onore significa dar aiuto secondo i meriti. Sostenta tuo padre, sostenta tua madre. E quand’anche avrai sostentato tua madre, non compenserai mai i dolori, non compenserai gli strazi che ha patito per te; non compenserai gli atti di amore con cui essa ti ha portato in grembo, non compenserai il nutrimento che ti ha dato, premendo soavemente le poppe sulle tue labbra con tenerezza di affetto; non compenserai la fame che ha sopportato per te, quando non voleva mangiare nulla che ti potesse nuocere, né toccar nulla che le danneggiasse il latte. Per te essa ha digiunato, per te ha mangiato, per te ha rifiutato il cibo che pur desiderava, per te ha preso il cibo che non le piaceva, per te ha vegliato, per te ha pianto: e tu permetterai che essa viva nel bisogno? O figlio, che terribile giudizio vai a cercare, se non sostenti colei che ti ha partorito! Tu devi quello che hai a colei alla quale devi quello che sei» (S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, VIII, 74-75, citazione tratta da Cesare Pasini, Ambrogio di Milano, San Paolo, p. 25).

sabato 23 luglio 2022

Ti ho scelto perché eri sprovveduto

In un brano della Leggenda Perugina, contenuta nelle Fonti Francescane, c’è il Signore che parla a San Francesco e lo rincuora. Parole bellissime che ho pensato bene di condividere con tutti voi. Le trascrivo:

«E la voce incalzava: “Io non ti ho scelto per dirigere questa mia famiglia perché eri letterato ed eloquente, al contrario perché eri sprovveduto, in maniera che sappiate, tu e gli altri, che sono io a vigilare sul mio gregge. Ti ho innalzato in mezzo ai fratelli a guisa di insegna, allo scopo che vedano e compiano a loro volta le opere che io realizzo in te. Coloro che camminano la mia strada, possiedono me e mi possederanno sempre più. Quelli che si rifiutano di camminare la mia strada, si vedranno togliere anche i doni che sembrano avere. Pertanto ti dico di non avvilirti, ma di fare bene quello che fai e badare a compiere il tuo dovere, sapendo che ho piantato l’Ordine dei frati in uno slancio di amore che mai verrà meno”».

Nel corso degli anni puoi arrivare a pensare che siano i tuoi titoli di studio o la tua eloquenza o i tuoi talenti o le tue strategie a tenere in piedi la baracca, o che siano quelle qualità ad aver motivato la tua scelta da parte del Signore,… Ma, in realtà: «Ti ho scelto perché eri sprovveduto».

Col passare del tempo, puoi arrivare a pensare che sei tu a operare bene, e invece: «Ti ho innalzato in mezzo ai fratelli a guisa di insegna, allo scopo che vedano e compiano a loro volta le opere che io realizzo in te».

Puoi arrivare a pensare di dover fare chissà cosa per il Signore, e così essere sempre scontento e in affanno, mentre è proprio il Signore a dirti: «Pertanto ti dico di non avvilirti, ma di fare bene quello che fai e badare a compiere il tuo dovere».

Quando le cose non procedono secondo le tue aspettative, puoi arrivare a dubitare dell’amore del Signore, ma è il Signore stesso a rassicurarti: «… ho piantato l’Ordine dei frati in uno slancio d’amore che mai verrà meno».

Certi testi sono proprio dei buoni amici!!! [dGL]

venerdì 11 febbraio 2022

I tre forti giganti del Maligno: ignoranza, oblio e noncuranza

    «Ma ecco qual è il nostro discorso: ci sono tre potenti e forti giganti dei filistei, sui quali si appoggia tutto l'esercito nemico dell'Oloferne spirituale: distrutti e messi a morte questi, senza difficoltà tutto l'esercito dei cattivi spiriti si indebolirà sino ad essere distrutto. Ora, quelli che sono ritenuti i tre forti giganti del Maligno li abbiamo già nominati: sono l'ignoranza, madre di tutti i mali, l'oblio suo fratello, complice e collaboratore, e la noncuranza che tesse per l'anima il cupo abito, il velo di nera nube, la noncuranza che sostiene e rafforza i due precedenti, dà loro consistenza e produce nell'anima in preda alla negligenza un male profondamente radicato e persistente. Da noncuranza, oblio e ignoranza vengono rafforzati e ingranditi i punti d'appoggio delle rimanenti passioni. Perché queste tre aiutandosi a vicenda e non potendo sussistere l'una senza l'altra, si rivelano forti potenze dell'avversario e valenti capi del Maligno: per mezzo loro tutto l'esercito degli spiriti della malvagità si infiltra ed è sostenuto e riesce a portare ad effetto i suoi disegni, senza di loro le passioni di cui si è detto non possono sussistere.
    Se dunque tu vuoi riportar vittoria contro le suddette passioni e mettere in fuga la falange dei filistei spirituali, rientra in te stesso mediante la preghiera e la sinergia di Dio e, immergendoti nelle profondità del cuore, rintraccia questi tre potenti giganti del diavolo, l'oblio, intendo, la noncuranza e l'ignoranza, sostegno dei filistei spirituali, mediante i quali le restanti passioni della malizia, infiltrandosi, agiscono, vivono e si rafforzano nei cuori di chi ama la voluttà e nelle anime prive di disciplina. E con molta vigilanza e attenzione dell’intelletto, con l’intervento decisivo dall’alto, una volta trovati questi mali – che da tanti sono ignorati e ritenuti inesistenti, mentre sono i più funesti – lotterai coraggiosamente e con forza per mezzo delle armi della giustizia ad essi contrarie: ricordo buono, cioè, che è causa di ogni bene, conoscenza illuminata, mediante la quale l’anima è ridestata e scaccia da sé la tenebra dell’ignoranza, e l’eccellente prontezza d’animo che dispone e spinge l’anima verso la salvezza. Indossate queste armi della virtù nella potenza dello Spirito Santo, con ogni preghiera e supplica, lotterai contro i suddetti giganti dei filistei spirituali. Pensando sempre, mediante l’ottimo ricordo secondo Dio, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è venerabile, giusto, casto, di buona fama, ciò che è virtù e lode (Fil 4, 8), scaccerai da te stesso il pessimo oblio; mediante la conoscenza illuminata e celeste, fugherai la funesta ignoranza della tenebra; bandirai, mediante l’ottima prontezza adorna d’ogni virtù, la noncuranza atea che produce nell’anima il male profondamente radicato.
    Acquisendo queste virtù, non semplicemente in forza della tua sola determinazione, ma in forza della potenza di Dio e della sinergia dello Spirito Santo, con molta vigilanza e preghiera, potrai essere strappato ai tre forti giganti del Maligno, di cui si è detto sopra. Poiché quando si cerca di far sussistere nell’anima l’accordo fra conoscenza vera, ricordo delle parole di Dio e prontezza buona, in forza della grazia operante, e di custodirlo con cura, esso cancella dall’anima e annulla ogni traccia di oblio, ignoranza e noncuranza in modo che la grazia regni ormai in essa, nel Cristo Gesù Signore nostro: a lui la gloria e la forza per i secoli dei secoli. Amen» (Marco l’Asceta, dalla Lettera al Monaco Nicola).

lunedì 7 febbraio 2022

Pregare

Fabio Fazio: «Che cosa vuol dire pregare, Santo Padre? Come si fa a pregare?»

Papa Francesco: «Pregare è quello che fa il bambino quando si sente limitato e impotente: “Papà, Mamma!”. Questo è il primo grido della preghiera, ma se tu non credi che hai un papà, una mamma vicino, non sai gridare, non sai chiedere. Pregare significa guardare i propri limiti, i nostri bisogni, i nostri peccati e dire: Papà, guardami. Il tuo sguardo mi purifica, mi dà forza. Pregare è entrare con la forza, con l’oltre i limiti, l’oltre l’orizzonte. Per noi cristiani pregare è incontrare Papà. San Paolo dice: Dio è Padre e noi gli diciamo: “Papà”, non “Padre”. E quando tu ti abitui a dire “Papà” a Dio, significa che stai andando bene sulla strada religiosa, ma se tu pensi che Dio è quello che ti annienterà nell’inferno, se tu pensi che Dio se ne infischia della tua vita, la tua religione sarà superstizione. Pregare significa dai miei bisogni, dalla mia piccolezza, guardare come fanno i bambini che dicono “Papà”. I bambini nel loro sviluppo psicologico passano per quella che si chiama “l’età dei perché”; perché si svegliano, vedono la vita e non capiscono e dicono: “Papà, perché? Papà, perché?”. Se noi guardiamo bene, il bambino non aspetta la risposta del papà: quando il papà comincia a rispondere, subito fa un’altra domanda. Quello che vuole il bambino è che lo sguardo del papà sia su di lui. Non mi importa la spiegazione, soltanto che il papà mi guardi e questo mi dà sicurezza. Pregare è un po’ tutto questo».

(dall'intervista di Fabio Fazio a Papa Francesco durante la trasmissione "Che tempo che fa" di Domenica 6 febbraio 2022)

sabato 5 febbraio 2022

La saggezza di vita

«Se doveste chiedermi, prima che me ne vada definitivamente, se non conosca una chiave magica che possa schiudere l’ultima porta che conduce alla saggezza di vita, vi risponderei: “Sì”. E questa chiave magica non è la riflessione, come forse vi aspettereste di sentir dire da un filosofo, bensì la preghiera. […] Le grandi cose dell’esistenza sono donate solamente agli spiriti che pregano» (Peter Wust, citazione contenuta nel libro "Benedetto XVI. Una vita" scritto da Peter Seewald).

domenica 30 gennaio 2022

Non c’è un altro me nel mondo!

 

«… Altisidora, la più che disinvolta damigella, entrò nella camera di don Chisciotte, e durante la conversazione che allora si svolse tra loro, il Cavaliere pronunciò memorabili parole: Non c’è un altro me nel mondo!; sentenza che è sorella gemella dell’altra: So io chi sono!
Non c’è un altro me nel mondo! Ecco una sentenza che non dovremmo mai dimenticare; soprattutto quando, mentre ci si stringe il cuore al pensiero che dovremo scomparire un giorno, ci vengon fuori con la ridevole storiella che non siamo che un atomo nell’Universo, e che anche senza di noi gli astri seguiranno il loro corso, e che il Bene si realizzerà anche senza il nostro concorso, e che è superbia immaginare che tutta quell’immensa costruzione è stata edificata per la nostra salvezza. Non c’è un altro me nel mondo! Ognuno di noi è unico e insostituibile.
        Non c’è un altro me nel mondo! Ciascuno di noi è in sé assoluto. Se c’è un Dio che ha edificato il mondo e lo tiene in vita, lo ha edificato e lo tiene in vita per me. Non c’è un altro me! Ce ne saranno di più grandi e di più piccoli, di migliori e di peggiori, ma non c’è un altro me. Io sono qualche cosa di interamente nuovo; in me si riassume una eternità di passato e da me si diparte un’eternità di avvenire. Non c’è un altro me! Questa è l’unica base solida dell’amore tra gli uomini, perché non c’è neppure un altro te al di fuori di te, né un altro lui se non lui» (Miguel de Unamuno, Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, Mondadori, pp. 329-330).