martedì 3 febbraio 2026
«Chi pensa di…»
mercoledì 21 gennaio 2026
«Non è forse una contraddizione?»
che
dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di
pace?
che
sia tuttora valida la regola pagana: «si vis pacem, para bellum»?
che
l’omicida comune sia al bando come assassino, mentre chi, guerreggiando,
stermina genti e città sia in onore come un eroe?
che
nel figlio dell’uomo, riscattato a caro prezzo dal Figlio di Dio, si scorga
unicamente e si colpisca senza pietà il concetto di nemico per motivi di
nazione, di razza, di religione, di classe?
che
l’orrore cristiano del sangue fraterno si fermi davanti a una legittima
dichiarazione di guerra da parte di una legittima autorità?
che
una guerra possa portare il nome di «giusta» o di «santa», e che tale nome convenga
alla stessa guerra combattuta dall’un campo o dall’altro per opposte ragioni?
che
si invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di
milioni di figli di Dio?
che
venga bollato come disertore e punito come traditore chi, ripugnandogli in
coscienza il mestiere delle armi, che è mestiere dell’uccidere, si rifiuta al «dovere»?
che
sia fatto tacere colui, che per sé soltanto, senza la pretesa di coniare una
regola per gli altri, dichiara di sentire come peccato anche l’uccidere in
guerra?
che
si dica di volere la pace, e poi non ci si accordi sul modo, appena sopraggiunge
il dubbio che ne scapiti la potenza, l’orgoglio, l’onore, gli interessi della
nazione?
che
si predichi di porre la vita eterna al disopra di ogni cosa, e poi ci si
dimentichi che il cristiano è l’uomo che non ha bisogno di riuscire quaggiù?
sabato 5 aprile 2025
Vi ho dato l’esempio
giovedì 27 febbraio 2025
Paradiso per fragili
Parole di deboli che vogliono mettersi
al sicuro limitando e bloccando la potenza dei forti, direbbe Nietzsche e con
lui tutti i superuomini di ieri e di oggi che queste parole se le gettano alle
spalle e si vantano di esserne al di sopra: «Ho
peccato, e che cosa mi è successo?» (sempre dalla prima lettura di oggi). E
calpestano donne e uomini, vicini e lontani, compaesani e stranieri: perché si
comincia sempre con gli estranei, ma poi s’arriva a eliminare pure i familiari:
“Basto a me stesso”. Ed è terribile! Ed
è capitato in ogni epoca storica e in ogni regime, di qualsiasi colore
politico.
Parole di Dio e di uomini belli, dico
invece da credente che ha fatto esperienza della pace e della gioia, della
beatitudine e della felicità di vivere e veder vivere così: nel rispetto della
dignità dell’altro, nel prendersi cura del bene comune, nel cercare e fare il
bene perché tutti stiano bene, nell’essere in comunione con Dio e col prossimo,
nel riconoscerci tutti fratelli e avere a cuore il destino di ognuno. Questo
sta a cuore a Dio: che io non mi perda nei miei egoismi, cercando la felicità
dove essa non è e non potrà mai essere!
domenica 23 febbraio 2025
«Parla senza stancarti, don Camillo,…»
«Gesù»
disse don Camillo al Cristo Crocifisso dell’altar maggiore «perché continuare a
parlare se nessuno mi ascolta?»
Don
Camillo era pieno di amarezza e il Cristo gli sussurrò parole di conforto.
«No, don Camillo: non è vero che nessuno ti ascolti. Quando tu, dall’altare o dal pulpito, parli, tutti sono attenti alle tue parole. Molti non le intendono ma non importa: l’importante è che il seme della parola di Dio si deponga nei loro cervelli. Un giorno, improvvisamente, dopo un mese o un anno o dieci anni, chi ha ascoltato la Parola di Dio senza intenderne il significato, ecco che riudrà risuonarsi all’orecchio quella parola e non sarà più una semplice parola ma un monito. Rappresenterà essa la soluzione di un angoscioso problema, rappresenterà un bagliore di luce nella tenebra, un sorso d’acqua fresca nella sete. L’importante è che essi ascoltino la Parola di Dio: un giorno chi l’ha ascoltata senza intenderla si accorgerà che essa è diventata un concetto. Parla senza stancarti, don Camillo, metti nelle tue parole tutta la tua fede, tutta la tua disperata volontà di bene. Spargi con mano generosa e mai stanca quel seme che un giorno fruttificherà anche nel terreno più arido. Dovunque è un cervello c’è una possibilità di ragionamento. Parla e accontentati che tutti ti ascoltino» (Giovanni Guareschi, Tutto Don Camillo, vol. I, BUR, p. 718).
* Dedicato al Papa e a tutte le persone che nella mia vita non si sono mai stancate di seminare la Parola di Dio!
venerdì 3 gennaio 2025
Questo comanda la pace
«Come opera la pace nella presente incertezza di questa regione, in questo nostro mortale pellegrinaggio, quando nessuno è completamente svelato all’altro e nessuno scorge l’intimità (cor) del prossimo? Come opera la pace? Non giudica ciò che è incerto, non afferma ciò che non conosce; nei riguardi altrui è più incline a pensar bene che a sospettare il male. Non gli importa molto sbagliare, quando pensa bene anche di chi è cattivo; giudica pernicioso pensar male di chi forse è buono. Non so com’è quel tale; ma che cosa perdo a pensare che è buono? Nell’incertezza, puoi usare cautela, perché potrebbe essere vero; ma non condannarlo come se fosse vero. Questo comanda la pace. «Cerca la pace e seguila» (Sal 34,15)» (S. Agostino, Enar. in Ps. 147,16).
venerdì 22 novembre 2024
LA RIVOLUZIONE CRISTIANA
RIVOLUZIONE A PASSO D’UOMO
venerdì 14 giugno 2024
Dimenticare se stessi
«Come introduzione al nostro lavoro comune, voglio raccontarvi ora una storia tratta dall’opera di uno scrittore cinese che visse più o meno tremila anni fa. Soltanto pochi sembrano mettere in pratica la lezione che tale storia contiene. Io stesso faccio del mio meglio per riuscirci, e potrebbe essere utile anche a voi riflettere su quanto viene narrato in questo libro. Uno scultore creò una volta una splendida statua di legno, che venne apprezzata moltissimo da tutti quale autentica opera d’arte. Anche il suo sovrano, il principe Li, era colmo di ammirazione e gli chiese il segreto della sua arte. Lo scultore rispose: “Come potrei io, uomo semplice e vostro servitore, avere un segreto per voi? Non ho alcun segreto, né la mia arte è speciale. Intendo tuttavia raccontare com’è nata la mia opera. Dopo essermi prefisso di creare una statua, mi sono accorto che in me c’erano troppa vanità e orgoglio. Mi sono quindi adoperato due interi giorni per liberarmi da questi peccati, finché non ho creduto di essere puro. Ma a quel punto ho scoperto di essere spinto dall’invidia nei confronti di un collega; per altri due giorni mi sono prodigato e alla fine ho sconfitto la mia invidia. In seguito ho scoperto di desiderare troppo la vostra lode. Far sparire questo desiderio mi è costato un altro paio di giorni. Infine mi sono accorto di pensare a quanto denaro avrei potuto ricevere per la statua. Questa volta ho avuto bisogno di quattro giorni, ma da ultimo mi sono sentito libero e forte. Sono quindi andato nel bosco e quando ho visto un abete che mi è parso adatto, l’ho abbattuto, l’ho portato a casa e mi sono messo al lavoro”. Si potrebbe quindi riassumere questa storia, dicendo che chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso. Ebbene, ovviamente non possiamo, ogni giorno e ogni ora della nostra vita, riflettere sullo stato d’animo con il quale svolgiamo un lavoro o una data azione e su quale sia il significato più profondo della nostra attività. Di tale significato, tuttavia, noi pedagoghi e psicologi dobbiamo aver consapevolezza, almeno ogni tanto…» (Citazione di Alfred Adler in una pagina del Diario di Etty Hillesum, Adelphi, pp. 39-40).
mercoledì 20 marzo 2024
Il Papa
«Una simpatica rivista, Lilium, edita dal Seminario ginnasiale della diocesi di Milano, narra che un giorno il Tempo, sotto forma di un vegliardo, si presentò al Faraone. Il Faraone impallidì e si avvolse nelle fasce del suo mantello; le armi arrugginirono; il palazzo cadde in rovina; tutto intorno si fece deserto e silenzio.
Poi il Tempo andò a Babilonia, ad Atene, a
Sparta, a Gerusalemme: per dove passava, tutto polverizzava.
Venne anche a Roma, salì il Vaticano e vi
trovò un tremulo vecchio con la tiara. Credette di rovesciarlo con un soffio. Ma
il vecchio gli chiese:
“Chi sei tu?”.
“Io sono il Tempo”.
“Io sono l’Eternità”.
E quel vecchio tremulo con la tiara fu l’unico
che sulla terra trionfò del Tempo, e resta ancora là sul Vaticano, immortale.
“Un vecchio che non muore”: ecco la
definizione del Papa, data dal De Maistre. Ogni volta, infatti, che s’era recato
a Roma – da fanciullo, da giovane, da uomo – per vedere il Papa, vi aveva
sempre trovato un vecchio, un vecchio sì, ma che non muore. Vecchio, per
significare la profonda saggezza ed esperienza della vita; sempre vivo, per
significare la perenne giovinezza della sua dottrina.
Non è forse l’identica parola, pronunciata in
uno degli ultimi mesi della sua vita, da Pio XI?
venerdì 29 settembre 2023
I piccoli dell’uomo
«Al riformatorio non hanno fatto altro che trattarmi da «seme bacato». I piccoli dell’uomo sono come chicchi di senape o di grano: se crescono male o non danno frutti abbondanti è perché non ci si è presi cura di loro. Non si può chieder loro di amare il bello, il vero, il bene, quando non sono stati guidati al bello, al vero, al bene. Non si può chieder loro di credere nell’uomo, quando non sono stati né voluti, né ascoltati. Affinché il seme dia frutti, occorre occuparsi della terra con amore, essere attenti alla crescita, talvolta tagliare, talvolta sarchiare e rispettare i tempi» (Tim Guénard, Più forte dell’odio, TEA).
lunedì 26 dicembre 2022
Cari a Dio
«La convinzione inculcata dalla religione che su altri piani e in altri mondi saremmo stati riscattati dalle nostre pene, generava un orizzonte di fiducia e una maggiore capacità di sopportazione e suscitava altresì rispetto per il povero o lo sfortunato: non reietti e maledetti ma cari a Dio, e perciò da trattare con riguardo. Il povero e il malato erano riscattati già in vita nella loro dignità da quella ricompensa che avrebbero ricevuto dal cielo o in cielo. Insomma la promessa della gloria post mortem non generava solo alienazione in terra, come sostenevano Feuerbach e Marx, ma aveva effetti sociali e morali benefici (carità, solidarietà, dignità, compassione). Perso quell'orizzonte di speranza, tutte le aspettative si sono trasferite in terra in forma di diritti e pretese; e se disattese o deluse producono ribellione, frustrazione, malcontento» (Marcello Veneziani, Scontenti, Marsilio Editori, Venezia 2022, p. 47).
martedì 29 novembre 2022
Ritratto di una Mamma
«“Onora tuo padre e tua madre” … Onorali con dimostrazioni di rispetto, in modo da astenerti da ogni offesa, perché nemmeno con l’espressione del viso si deve mancare alla pietà dei genitori… L’onore però non consiste soltanto nelle manifestazioni di rispetto, ma anche nella generosità…: onore significa dar aiuto secondo i meriti. Sostenta tuo padre, sostenta tua madre. E quand’anche avrai sostentato tua madre, non compenserai mai i dolori, non compenserai gli strazi che ha patito per te; non compenserai gli atti di amore con cui essa ti ha portato in grembo, non compenserai il nutrimento che ti ha dato, premendo soavemente le poppe sulle tue labbra con tenerezza di affetto; non compenserai la fame che ha sopportato per te, quando non voleva mangiare nulla che ti potesse nuocere, né toccar nulla che le danneggiasse il latte. Per te essa ha digiunato, per te ha mangiato, per te ha rifiutato il cibo che pur desiderava, per te ha preso il cibo che non le piaceva, per te ha vegliato, per te ha pianto: e tu permetterai che essa viva nel bisogno? O figlio, che terribile giudizio vai a cercare, se non sostenti colei che ti ha partorito! Tu devi quello che hai a colei alla quale devi quello che sei» (S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, VIII, 74-75, citazione tratta da Cesare Pasini, Ambrogio di Milano, San Paolo, p. 25).
sabato 23 luglio 2022
Ti ho scelto perché eri sprovveduto
In un brano della Leggenda Perugina, contenuta nelle Fonti Francescane, c’è il Signore che parla a San Francesco e lo rincuora. Parole bellissime che ho pensato bene di condividere con tutti voi. Le trascrivo:
«E la voce incalzava:
“Io non ti ho scelto per dirigere questa mia famiglia perché eri letterato ed
eloquente, al contrario perché eri sprovveduto, in maniera che sappiate, tu e
gli altri, che sono io a vigilare sul mio gregge. Ti ho innalzato in mezzo ai
fratelli a guisa di insegna, allo scopo che vedano e compiano a loro volta le
opere che io realizzo in te. Coloro che camminano la mia strada, possiedono me
e mi possederanno sempre più. Quelli che si rifiutano di camminare la mia
strada, si vedranno togliere anche i doni che sembrano avere. Pertanto ti dico
di non avvilirti, ma di fare bene quello che fai e badare a compiere il tuo
dovere, sapendo che ho piantato l’Ordine dei frati in uno slancio di amore che
mai verrà meno”».
Nel corso degli anni
puoi arrivare a pensare che siano i tuoi titoli di studio o la tua eloquenza o
i tuoi talenti o le tue strategie a tenere in piedi la baracca, o che siano
quelle qualità ad aver motivato la tua scelta da parte del Signore,… Ma, in
realtà: «Ti ho scelto perché eri sprovveduto».
Col passare del tempo,
puoi arrivare a pensare che sei tu a operare bene, e invece: «Ti ho innalzato
in mezzo ai fratelli a guisa di insegna, allo scopo che vedano e compiano a
loro volta le opere che io realizzo in te».
Puoi arrivare a pensare
di dover fare chissà cosa per il Signore, e così essere sempre scontento e in
affanno, mentre è proprio il Signore a dirti: «Pertanto ti dico di non
avvilirti, ma di fare bene quello che fai e badare a compiere il tuo dovere».
Quando le cose non
procedono secondo le tue aspettative, puoi arrivare a dubitare dell’amore del
Signore, ma è il Signore stesso a rassicurarti: «… ho piantato l’Ordine dei
frati in uno slancio d’amore che mai verrà meno».
venerdì 11 febbraio 2022
I tre forti giganti del Maligno: ignoranza, oblio e noncuranza
lunedì 7 febbraio 2022
Pregare
Fabio Fazio: «Che cosa vuol dire pregare, Santo Padre? Come si fa a pregare?»
Papa Francesco: «Pregare è quello che fa il bambino quando si sente limitato e impotente: “Papà, Mamma!”. Questo è il primo grido della preghiera, ma se tu non credi che hai un papà, una mamma vicino, non sai gridare, non sai chiedere. Pregare significa guardare i propri limiti, i nostri bisogni, i nostri peccati e dire: Papà, guardami. Il tuo sguardo mi purifica, mi dà forza. Pregare è entrare con la forza, con l’oltre i limiti, l’oltre l’orizzonte. Per noi cristiani pregare è incontrare Papà. San Paolo dice: Dio è Padre e noi gli diciamo: “Papà”, non “Padre”. E quando tu ti abitui a dire “Papà” a Dio, significa che stai andando bene sulla strada religiosa, ma se tu pensi che Dio è quello che ti annienterà nell’inferno, se tu pensi che Dio se ne infischia della tua vita, la tua religione sarà superstizione. Pregare significa dai miei bisogni, dalla mia piccolezza, guardare come fanno i bambini che dicono “Papà”. I bambini nel loro sviluppo psicologico passano per quella che si chiama “l’età dei perché”; perché si svegliano, vedono la vita e non capiscono e dicono: “Papà, perché? Papà, perché?”. Se noi guardiamo bene, il bambino non aspetta la risposta del papà: quando il papà comincia a rispondere, subito fa un’altra domanda. Quello che vuole il bambino è che lo sguardo del papà sia su di lui. Non mi importa la spiegazione, soltanto che il papà mi guardi e questo mi dà sicurezza. Pregare è un po’ tutto questo».sabato 5 febbraio 2022
La saggezza di vita
«Se doveste chiedermi, prima che me ne vada definitivamente, se non conosca una chiave magica che possa schiudere l’ultima porta che conduce alla saggezza di vita, vi risponderei: “Sì”. E questa chiave magica non è la riflessione, come forse vi aspettereste di sentir dire da un filosofo, bensì la preghiera. […] Le grandi cose dell’esistenza sono donate solamente agli spiriti che pregano» (Peter Wust, citazione contenuta nel libro "Benedetto XVI. Una vita" scritto da Peter Seewald).




