Ringrazio don Gian Luca Pelliccioni, che
mi ha affidato questo tema, perché arriva sempre nel momento opportuno: quando
don Gian Luca mi ha fatto la proposta, sentivo proprio il bisogno di salire sul
monte. Non so chi abbia ispirato quella sera don Gian Luca – non eravamo in
chiesa, ma sul lungomare di Grottammare –, ma ho pensato che Dio, vedendomi
abbastanza impantanato, avesse mandato il suo angelo a chiedermi di salire più
in alto. Quando sono impantanato, posso darmi da fare quanto voglio, ma se non
salgo un po' più in alto non ne esco. Per questo ho accolto l'invito come
qualcosa di provvidenziale.
All'inizio pensavo di avere tutto il
tempo per prepararmi: mancava quasi un mese all'incontro. E invece ho finito di
preparare l’incontro solo tre quarti d'ora fa. Probabilmente ho sbagliato i
calcoli, perché la vita si intreccia con le riflessioni e non sempre agevola il
cammino: il grande caldo, le notizie di attualità, la catastrofica grandinata
dell'altra sera… Oggi finalmente la temperatura è più sostenibile, ma mi sono
ridotto all'ultimo momento... Vi consegno comunque questi pensieri, sperando di
non crearvi confusione.
Il monte di Dio e il monte dell'uomo
La prima cosa che ho notato è la
differenza tra due tipi di monte: il monte dell’uomo e il monte di Dio. Mi sono
fermato proprio su questa dicitura, "monte di Dio", e ho dovuto
rivedere il mio pensiero.
Quando penso a un monte, istintivamente
immagino una salita, una vetta da raggiungere, un cammino faticoso. Questa è
l'idea umana.
Ma il monte di Dio è completamente diverso.
Noi crediamo in un Dio che si rivela, quindi anche il suo monte ha bisogno di
esserci rivelato. Don Gian Luca, giovedì scorso, ci ha introdotti proprio a
questo tema e ci ha aiutati a salire e a stare su quel monte.
Se il monte dell'uomo è quello che si
scala con fatica e sudore, quello di Dio è il monte del riposo e del ristoro.
Gesù dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono
mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo
infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30).
L'immagine del giogo, legata al lavoro pesante, viene subito capovolta: il
giogo è dolce, il peso è leggero.
Se il monte dell'uomo è quello a cui si
accede per merito – ed è una tentazione grossa, almeno per me, pensare di
meritarmi la grazia di essere cristiano e di stare in ascolto di Dio – quello
di Dio è il monte a cui si accede per grazia, per dono. Se il monte dell'uomo è
quello da scalare mettendo alla prova le proprie forze, sul monte di Dio si
sale per attrazione da parte di Dio stesso. Mi piace molto questa frase del
Vangelo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
Se fosse per me, non ci andrei mai da solo sul monte Calvario!
Sul monte di Dio si va per vocazione: “Salì
poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui” (Mc 3,13).
Sul monte dell'uomo si va per iniziativa
personale e chissà per quali ragioni e motivi (ognuno ha e sa i suoi motivi e
le sue ragioni, il perché del suo cammino…).
Sul monte di Dio, più procedi, più stai e più ti accorgi che l'iniziativa è
sempre di Dio. Lo abbiamo visto con Mosè ed Elia: non si ritrovano lì per loro
volontà, ma per un incontro che riconoscono come una presenza reale.
Sul monte di Dio ti accorgi che certi passi li fai e li hai fatti solo perché Dio
ti ama; altrimenti, se fosse dipeso tutto da te, non ti saresti mai mosso.
Sul monte dell'uomo si sale e si scende,
su quello di Dio si sta e si rimane per sempre: “Rimanete nel mio amore” (Gv
15, 9).
I monti che scelgo e quelli che non
scelgo
La seconda considerazione riguarda i
monti che scegliamo e quelli che non scegliamo.
La tentazione quotidiana è benedire i monti che scegliamo e maledire quelli che
non abbiamo scelto.
Ma l'altro giorno, girando per casa, mi sono accorto che ciò che non scelgo è
per me altrettanto essenziale e vitale di ciò che scelgo.
Spesso mi capita di pensare che gli
imprevisti della giornata siano cose di cui sarebbe meglio fare a meno. Invece quando
mi metto in ascolto del Vangelo, scopro che tutto è grazia, persino ciò che a
prima, a seconda o a terza vista, mi appare come una vera e propria disgrazia. Accogliere
l’idea che solo ciò che selezioniamo ci giova è un problema serio, perché a
lungo andare cominceremo a pensare che il Signore si trovi solo dove scegliamo
noi o dove sappiamo noi. Invece la Bibbia – e lo vediamo con Abramo, Giacobbe,
Mosè, Elia,… Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria,… Zaccheo,… – ci mostra che
Dio si trova dove non ce lo aspettiamo.
Vi faccio un esempio. L'altro giorno
doveva venire il tecnico a prendere le misure delle zanzariere a casa dei miei.
Io ero in canonica e il tecnico mi ha detto: "Arrivo tra una mezz’oretta,
ma sto telefonando per avvisare e non mi risponde nessuno". I miei in quel
momento non erano in casa. Allora mi sono messo in macchina, sulla statale e,
nel traffico che procedeva lento, guidavo e pensavo a come quell’imprevisto mi
stesse facendo perdere un sacco di tempo. Eppure, se quella mattina non fossi
andato a casa, non avrei iniziato a leggere un libro del Card. Martini sulla
preghiera che era lì negli scaffali della libreria. Quel libro, che senza
l’imprevisto non avrei mai preso in mano, fin dalla prima pagina si è rivelato
essenziale per me in quel momento. Così un imprevisto, un luogo non scelto è stato
fondamentale!
Ecco perché dobbiamo stare attenti: la maggior parte dei punti di partenza di
queste Beatitudini sono situazioni che non sceglieremmo mai di vivere… ma se
non le riconosciamo, se le rifiutiamo, se continuiamo a non vederle,… siamo
nella Beatitudine ma non ce ne accorgiamo, non ne godiamo e continuiamo ad
affannarci rincorrendo cose che non servono…, cose che non nutrono, non
dissetano, non ristorano.
Dove sta il monte di Dio?
Domanda: dove sta il monte di Dio?
Così risolviamo il problema e ci andiamo!
Dalla mia esperienza, posso dire che ci
sono luoghi in cui avverti chiaramente di essere davanti al roveto, su terra
sacra, alla presenza di Dio “voce di un
sottile silenzio”, luoghi come l’Abbazia di Montesanto: giovedì scorso, quando
sono arrivato qui, non era ancora arrivato nessuno e mi sono trovato immerso in
un silenzio che mi ha detto di Dio. Ero in pace e ho benedetto quel momento.
Ma ci sono anche luoghi in cui vieni visitato e non lo avresti mai immaginato.
Qualche giorno fa, verso le 18.00/18.30, mentre facevo i gradini delle scale
della canonica, mi sono ritrovato sul monte di Dio. Tranquilli: non sono caduto
e non ho battuto la testa! Ma arrivato agli ultimi gradini, lo Spirito Santo –
perché solo Lui può essere stato – mi ha ricordato una frase di san Giovanni
della Croce: «Alla sera sarai esaminato sull'amore».
Erano le 18.30: che cosa avevo fatto di quella giornata?
Subito in me e intorno a me si è fatta pace, proprio come a Montesanto. Eppure
le scale della canonica sono un posto insignificante e nemmeno troppo in
ordine, e quella giornata l’avevo dissipata dietro alle polemiche sui social. Io mi ero indignato, arrabbiato,…
e poi è arrivata quella frase: «Alla sera sarai esaminato sull'amore». E subito
s’è fatta pace! Mi sono ritrovato disarmato. «Davvero stai amando?», ho
pensato. E mi sono ricordato che la polemica, se la lasci andare, si spegne da
sola in un giorno; se rispondi, invece, la alimenti per mesi. Da solo avrei
dato sfogo alla mia indignazione e avrei continuato all'infinito. È stato
provvidenziale l’intervento dello Spirito Santo!
La voce di un sottile silenzio
Questa espressione di 1Re 19, che
giovedì scorso don Gian Luca ci ha consegnato, mi è molto cara perché mi s’è
impressa nella memoria dalla prima volta che l’ho ascoltata. Ero a Milano,
Facoltà di Filosofia, Corso di Istituzioni di Ontologia. Il professor Virgilio
Melchiorre citò l’episodio di Elia durante una sua lezione e tradusse il v. 12
(«il sussurro di una brezza leggera») con l’espressione più letterale “una voce
di silenzio sottile” o “voce di un sottile silenzio”. Ed è una frase che non
riusciamo bene a comprendere, ma se la lasciamo lì e la contempliamo, ci porta
alle esperienze che abbiamo vissuto di quel silenzio sottile, occasioni in cui
abbiamo avuto la CERTEZZA (e non è successo una sola volta) di essere alla
Presenza viva di Dio. E può essere successo sul monte, in una chiesa, in casa,
al lavoro,…
Quella parola di 1Re 19 per me è stato un dono, una perla preziosa che quel
professore, ormai 24 anni fa, ha donato a me e ai miei compagni di corso!
Le Beatitudini
Stasera vi parlerò delle Beatitudini, ma
ve ne parlerò fissandomi su due temi – il presente e il futuro – e su una
realtà che li accomuna: la comunione con Dio e con il prossimo. Quindi vi
parlerò di un presente e di un futuro ABITATI.
Intanto il monte è ABITATO e anche sul monte non siamo soli ma sempre in
compagnia di Dio che ci chiama.
La vita è una vocazione. E la vocazione
è una chiamata. La vocazione è una chiamata alla vita!
E a questo punto, considerando il monte di Dio e la vocazione, mi è tornato in
mente un brano che conobbi ai tempi del Liceo, quando mi appassionai ai Padri
del deserto e a san Benedetto da Norcia. Nel Prologo della sua Regola, San Benedetto
cita il Salmo che abbiamo pregato all’inizio del nostro incontro (33/34) e
scrive: «Il Signore va cercando il suo operaio tra la folla della gente,
alla quale rivolge tale appello, e dice ancora: Chi è l'uomo che vuole la vita
e brama vedere giorni felici? Se all'udirlo tu rispondi: “Io”, ecco che Dio si
rivolge a te dicendo: Se vuoi avere la vita vera e perpetua, trattieni la tua
lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna; sta’ lontano dal
male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila...».
Ascoltiamo le Beatitudini (Mt 5,
1-16):
1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a
sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a
parlare e insegnava loro dicendo:
3”Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi
ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti
perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con
che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e
calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città
che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per
metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che
sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli
uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro
che è nei cieli.
«…
e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (v. 1).
Perché?
Che cosa andavano cercando?
Che cosa avevano trovato con Gesù o in
Gesù?
Perché ti sei fatto prete?
Perché vai cercando la vita.
Perché
sei cristiano?
Perché hai un desiderio di vita.
All'origine della nostra vocazione c'è
la risposta a questa domanda: «Chi è l'uomo che vuole la vita e brama
vedere giorni felici?».
Troppo spesso pensiamo che l’essere credenti, l’essere cristiani sia
un'iniziativa personale, un'abitudine, una tradizione, una scelta solo nostra.
Invece san Benedetto ci mostra la
vocazione nella sua semplicità: c'è Dio che ti cerca e ti chiede: «Chi è l’uomo
che vuole la vita?».
Se rispondi: «Io», allora Lui ti indica
la via.
Perché ci avviciniamo a Gesù?
Nel Vangelo di Matteo, vedendo le folle,
Gesù sale sul monte, si siede e i suoi discepoli si avvicinano.
Perché si avvicinano? Che cosa avevano trovato in Lui?
Tu perché sei cristiano? Perché cerchi Gesù ogni giorno nella preghiera, nella
Messa, nell’ascolto della Sua Parola, nel fare la carità?
Io penso che la risposta stia proprio in
quel versetto che abbiamo citato: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi
e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate
da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).
Si avvicinano perché in Gesù hanno
trovato la vita.
Questo deve essere il nostro punto di
partenza quotidiano.
Se oggi o domani qualcuno ti chiederà
perché sei cristiano, la tua risposta non potrà essere: «Perché mi è capitato
di nascere in una famiglia cristiana». Quella risposta è parziale. La risposta completa
è: "Sono cristiano perché voglio la vita e bramo vedere giorni felici!".
Ma
allora il monte di Dio è fuori o dentro di me?
C'è un libro illustrato che mi piace
moltissimo, dove i protagonisti sono un bambino, una talpa, una volpe e un
cavallo. A un certo punto il bambino si specchia in uno stagno e dice: «Non
è strano? Riusciamo a vedere solo ciò che accade all'esterno, ma quasi tutto
succede all'interno di noi».
È vero. Il monte di Dio è fuori e dentro: è una condizione in cui Dio ci fa
entrare e non soltanto un luogo fisico. La vocazione, secondo San Benedetto da
Norcia, ha la forma di una domanda che mi viene rivolta, una domanda di vita.
Ed è la risposta a quella domanda a farmi salire/stare sul monte del Signore.
Così il monte è fuori e dentro perché prende proprio tutto, interessa tutto;
nulla di me e della mia vita rimane fuori. E sul monte io conosco Dio e Dio mi
rivela che mi conosce nel profondo, e mi rivela che quel profondo in cui mi
sento più solo e impenetrabile è invece il luogo della più grande compagnia, è
il luogo della comunione con Lui e con il prossimo.
Le Beatitudini: una realtà che capovolge
Ecco allora le Beatitudini (Mt 5, 1-16)!
Quelle che Gesù nomina sono tutte
situazioni in cui normalmente ci sentiamo in sofferenza. Se guardiamo
l'attualità, il mite sembra fuori posto, il pacifico sembra un sopravvissuto di
un'altra epoca. Forse nell’essere immerso nel mondo, nel confrontarti con
l’attualità che viene raccontata dai giornali, ti senti solo e smarrito,… ma
per fortuna c'è la comunità cristiana dove ti ritrovi la Domenica! Infatti la
Domenica trovi ristoro immergendoti nelle buone relazioni parrocchiali… Ma è
sempre così? O anche lì può capitarti di sentirti solo? E se ti capita di
sentirti solo, davvero l’unica via da percorrere per la tua salute è la fuga?
L'altro giorno, osservando galline, papere e galli nel pollaio mentre mia madre
dava loro le bucce dei cocomeri, ho visto che all’inizio mangiavano tutte
contente e regnava la pace: il cibo infatti era abbondante e ce n’era per
tutte. Ma, mano a mano che il cibo diminuiva, iniziava una lotta per
contendersi le bucce rimaste e una scacciava l'altra per prendere il suo posto,…
Tra le galline che mangiavano c’era anche quella che da settimane stava covando
le uova. Mia madre si è meravigliata di vederla lì, tra le altre e allora, entrata
nel pollaio, ha potuto vedere un gesto di generoso altruismo: un’altra gallina
le aveva dato il cambio per permetterle di ristorarsi un po’.
O forse no?
Al suo ritorno, infatti, la “sostituta” non ha restituito il posto alla
titolare, con evidente disappunto da parte della “titolare”… e una papera
sembrava proprio sconsolata nell’assistere alla baruffa tra le due galline…
Guardandole, ho pensato a quello che a
volte succede in parrocchia: ci si ritrova a litigare e agli occhi di un
esterno appare chiaro che il motivo della lite è una buccia di cocomero,
nemmeno una fetta intera!
E lì ho pensato: Signore, sono venuto a
cercare un po’ di ristoro,… ma anche qui mi raggiunge il pensiero di quanto è
facile litigare…
Può sempre capitarti, dunque, di
ritrovarti o sentirti solo, ma è proprio in quella solitudine, in quel pianto
che nessuno comprende, che arriva Dio e dice: «Beato te!». È proprio allora che
scopri che il Signore abita proprio lì, con te («Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti
affranti», Salmo 33/34, 19).
Prendiamo la prima beatitudine:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli».
Ma come faccio a sapere se io sono
povero in spirito?
Ho pensato a due possibili verifiche
pratiche.
La
prima verifica: questa Beatitudine
dice che il Regno dei cieli è già dei poveri in spirito; è loro qui e ora. È
una delle due beatitudini al presente (insieme all'ultima). Se io sono un
povero in spirito, dovrei riconoscere in me già ora i frutti del Regno dei
cieli. E quali sono i frutti del Regno dei cieli?
Mi è venuto in mente San Paolo quando
scrive ai Galati: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace,
magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).
Se in me non trovo questi frutti, forse
non sono ancora un “povero in spirito”.
Ma la verifica non serve a scoraggiarmi, serve a ricordarmi quanto è urgente la
mia conversione, serve a farmi umile, serve a riorientare il mio sguardo a
Gesù, a farmi tenere lo sguardo fisso su di Lui!
La
seconda verifica: il povero in
spirito è un mendicante, la cui vita dipende dal dono che riceve. Allora posso
dirmi povero in spirito quando anche nell'incontrare l'ultimo, il più piccolo, il
più povero, il più sgradevole, il più problematico, il meno simpatico,
riconosco di averne bisogno, riconosco che è un dono per me.
Se posso permettermi di scartare chi mi
sta poco simpatico, significa che non ne ho bisogno, e quindi non sono povero.
Ricordo in un film su san Francesco la
letizia con cui riceveva in elemosina gli avanzi dei pasti, cose che nemmeno il
cane avrebbe voluto, e ringraziava sorridendo. Ecco il vero povero in spirito!
Dove mi colloca questa povertà?
Mi colloca là dove Gesù esulta di gioia
nello Spirito Santo e dice: «Ti rendo
lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose
ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così
hai deciso nella tua benevolenza». (Lc 10, 21).
Quale gioia è scoprire che i “piccoli”
sono la gioia del Signore Gesù!
Quando sono piccolo, quando accetto di
esserlo, io sono la gioia del Signore Gesù!
Il presente e il futuro nelle
Beatitudini
Leggendo e rileggendo le Beatitudini, ho
notato che la prima e l'ottava sono al presente («di essi è il regno dei cieli»), mentre le altre sono al futuro (saranno consolati, avranno in eredità,
saranno saziati, troveranno misericordia,...).
Così mi sono ricordato che il futuro è
essenziale per vivere il presente.
Senza quella promessa di futuro, non si
esce dalla situazione di pianto, di povertà, di persecuzione.
Qualche giorno fa, mentre preparavo l'omelia per la messa del giorno, mi sono
imbattuto in Matteo 19,27-30.
Pietro dice a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato
tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». Pietro
parla al futuro. Io, ricordando meglio i testi paralleli di Marco e Luca, ero
convinto che Gesù rispondesse al presente, dicendo che già ora riceviamo cento
volte tanto. Invece in Matteo Gesù risponde al futuro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio
dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo,
siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele.
Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli,
o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita
eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
Pietro in questo brano è interessato al
futuro.
Io al presente.
Normalmente non penso al futuro come un
luogo da cui aspettarmi un dono, ma come un luogo in cui perdo i pezzi progressivamente e inesorabilmente. Allora nella
risposta di Gesù mi aspettavo – perché mi piaceva di più – il tempo presente
(come nei paralleli di Marco e Luca) e invece in Matteo Gesù risponde SOLO AL
FUTURO!
In quel momento l’ho sentito come un
comando di Dio per me: un comando a GUARDARE il futuro con fiducia e non come
mi appare IMMEDIATAMENTE e SUPERFICIALMENTE.
Il futuro per «voi che mi avete seguito» non è il luogo dell’ignoto o della
distruzione, ma il luogo in cui il DONO è PIENO, si compie in pienezza.
E rispetto alle mie aspettative, davvero
è 100 volte tanto!
Allora
a questo punto ti chiedo:
«Tu
cosa sei venuto a cercare sul monte di Dio?»
«Cosa
hai visto?»
«Cosa
ti aspetti?»
Il monte di Dio è il luogo che cambia la
prospettiva di ogni arrivo: non punto di fine, ma punto di INIZIO e INIZIO
SEMPRE PROMETTENTE!
Abramo, Mosè, Elia,… erano alla fine dei
loro giorni, gente che umanamente non aveva più nulla da aspettarsi, e invece
incontrano il Signore e vengono rimessi in cammino.
«Tu
verso cosa vai camminando?»
«Dove
sei diretto?»
La parola sul FUTURO mi ha DAVVERO
SCONVOLTO qualche giorno fa.
Ed è per questo che mi ci sono
soffermato un po’, leggendo e rileggendo le Beatitudini.
3
pensieri a conclusione…
Leggendo Mt 5, 1-16, STAVOLTA ho imparato che…
a)
Il futuro è
ESSENZIALE per VIVERE il presente!
«Tanto
è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto» (San Francesco)
«Paradiso,
Paradiso, preferisco il Paradiso» (San Filippo Neri)
«…
nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù
Cristo» (Messale romano)
«Aspetto
la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» (Credo)
Le Beatitudini mi APRONO al Cielo («… di essi è il regno dei cieli») e mi
rivelano che non si gioca tutto qui sulla terra. È molto salutare a questo
proposito leggere e rileggere tutto il Discorso della Montagna!
Le beatitudini mi APRONO al futuro: non
finisce tutto qui e ora!
b)
Le Beatitudini mi
SPRONANO a non fermarmi al “dato del mondo”, perché io ho VISTO il DONO DI DIO
in Cristo Gesù!
È impressionante notare che quando
l’uomo dice di sé: «Misero me!», Dio dice dell’uomo: «Beato te!».
Quando guardo con gli occhi “del mondo”,
il dono del Paradiso mi appare come qualcosa di barattabile alla prima
occasione: quanto facilmente rinunciamo a perdonare per prenderci la
soddisfazione di una vendetta! Se ci interessasse davvero il Paradiso, saremmo
ostinati nel fare il bene e la pace e ci opporremmo con tutte le forze al
desiderio di vendetta, al rancore, alla voglia di farci giustizia da soli,…
Quando cerco e sento su di me lo sguardo
d’amore di Dio, Egli è il mio tutto e non ho bisogno di niente!
c)
Guardare il
futuro mi fa vedere (bene) il presente!
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non
sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non
sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.
Se
guardo il futuro che Cristo mi rivela, mi accorgo che non sono incamminato
verso il meno, ma verso il più!
Se guardo
il futuro che Cristo mi rivela, non vivo per la morte ma assaporo ogni giorno
un di più di vita!
Stamattina, come ogni volta che mi
prende un po’ di inquietudine, sono andato a cercare testi che avevo già
incontrato e gustato. In seminario una volta ci avevano proposto di partecipare
alla preghiera dell’Akathistos, un bellissimo inno ortodosso dedicato a Maria
Madre di Dio. Mi è piaciuto talmente tanto, che spesso vado a rileggermi la
traduzione in italiano.
STAVOLTA ho notato un ritornello a
cui altre volte non avevo fatto caso: «Gioisci, nostra Gioia, liberaci da
ogni male e placa le nostre tristezze». E, andando avanti nella lettura,
m’ha sorpreso per la sua semplicità e luminosità anche un'altra frase: «Gioisci,
tu che liberi i nostri occhi dal pianto eterno».
È bellissima!!! C’è dentro tutta la luce, la gioia, la pace della Pasqua!!! C’è
dentro tutta l’esperienza che viviamo della fede nella Risurrezione di
Cristo!!!
In conclusione, vi invito a tornare qui
all’Abbazia di Montesanto, il 5 agosto, vigilia della Trasfigurazione, a
pregare davanti all'icona, a guardare il nostro futuro e a lasciare che quel
futuro illumini il nostro presente. Davvero funziona!
Grazie per l'ascolto!
[Ringrazio il prof. Paride Petrocchi per aver
trascritto il testo dell’incontro, testo che poi ho rivisto per la
pubblicazione sul blog]