lunedì 27 luglio 2026

Il monte delle beatitudini – Abbazia di Santa Maria in Montesanto, 23 luglio 2026


Ringrazio don Gian Luca Pelliccioni, che mi ha affidato questo tema, perché arriva sempre nel momento opportuno: quando don Gian Luca mi ha fatto la proposta, sentivo proprio il bisogno di salire sul monte. Non so chi abbia ispirato quella sera don Gian Luca – non eravamo in chiesa, ma sul lungomare di Grottammare –, ma ho pensato che Dio, vedendomi abbastanza impantanato, avesse mandato il suo angelo a chiedermi di salire più in alto. Quando sono impantanato, posso darmi da fare quanto voglio, ma se non salgo un po' più in alto non ne esco. Per questo ho accolto l'invito come qualcosa di provvidenziale.
 
All'inizio pensavo di avere tutto il tempo per prepararmi: mancava quasi un mese all'incontro. E invece ho finito di preparare l’incontro solo tre quarti d'ora fa. Probabilmente ho sbagliato i calcoli, perché la vita si intreccia con le riflessioni e non sempre agevola il cammino: il grande caldo, le notizie di attualità, la catastrofica grandinata dell'altra sera… Oggi finalmente la temperatura è più sostenibile, ma mi sono ridotto all'ultimo momento... Vi consegno comunque questi pensieri, sperando di non crearvi confusione.
 
Il monte di Dio e il monte dell'uomo
La prima cosa che ho notato è la differenza tra due tipi di monte: il monte dell’uomo e il monte di Dio. Mi sono fermato proprio su questa dicitura, "monte di Dio", e ho dovuto rivedere il mio pensiero.

Quando penso a un monte, istintivamente immagino una salita, una vetta da raggiungere, un cammino faticoso. Questa è l'idea umana.
Ma il monte di Dio è completamente diverso.
Noi crediamo in un Dio che si rivela, quindi anche il suo monte ha bisogno di esserci rivelato. Don Gian Luca, giovedì scorso, ci ha introdotti proprio a questo tema e ci ha aiutati a salire e a stare su quel monte.

Se il monte dell'uomo è quello che si scala con fatica e sudore, quello di Dio è il monte del riposo e del ristoro. Gesù dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30).
L'immagine del giogo, legata al lavoro pesante, viene subito capovolta: il giogo è dolce, il peso è leggero.

Se il monte dell'uomo è quello a cui si accede per merito – ed è una tentazione grossa, almeno per me, pensare di meritarmi la grazia di essere cristiano e di stare in ascolto di Dio – quello di Dio è il monte a cui si accede per grazia, per dono. Se il monte dell'uomo è quello da scalare mettendo alla prova le proprie forze, sul monte di Dio si sale per attrazione da parte di Dio stesso. Mi piace molto questa frase del Vangelo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Se fosse per me, non ci andrei mai da solo sul monte Calvario!

Sul monte di Dio si va per vocazione: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui” (Mc 3,13).

Sul monte dell'uomo si va per iniziativa personale e chissà per quali ragioni e motivi (ognuno ha e sa i suoi motivi e le sue ragioni, il perché del suo cammino…).
Sul monte di Dio, più procedi, più stai e più ti accorgi che l'iniziativa è sempre di Dio. Lo abbiamo visto con Mosè ed Elia: non si ritrovano lì per loro volontà, ma per un incontro che riconoscono come una presenza reale.
Sul monte di Dio ti accorgi che certi passi li fai e li hai fatti solo perché Dio ti ama; altrimenti, se fosse dipeso tutto da te, non ti saresti mai mosso.

Sul monte dell'uomo si sale e si scende, su quello di Dio si sta e si rimane per sempre: “Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9).

 
I monti che scelgo e quelli che non scelgo

La seconda considerazione riguarda i monti che scegliamo e quelli che non scegliamo.
La tentazione quotidiana è benedire i monti che scegliamo e maledire quelli che non abbiamo scelto.
Ma l'altro giorno, girando per casa, mi sono accorto che ciò che non scelgo è per me altrettanto essenziale e vitale di ciò che scelgo.

Spesso mi capita di pensare che gli imprevisti della giornata siano cose di cui sarebbe meglio fare a meno. Invece quando mi metto in ascolto del Vangelo, scopro che tutto è grazia, persino ciò che a prima, a seconda o a terza vista, mi appare come una vera e propria disgrazia. Accogliere l’idea che solo ciò che selezioniamo ci giova è un problema serio, perché a lungo andare cominceremo a pensare che il Signore si trovi solo dove scegliamo noi o dove sappiamo noi. Invece la Bibbia – e lo vediamo con Abramo, Giacobbe, Mosè, Elia,… Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria,… Zaccheo,… – ci mostra che Dio si trova dove non ce lo aspettiamo.

Vi faccio un esempio. L'altro giorno doveva venire il tecnico a prendere le misure delle zanzariere a casa dei miei. Io ero in canonica e il tecnico mi ha detto: "Arrivo tra una mezz’oretta, ma sto telefonando per avvisare e non mi risponde nessuno". I miei in quel momento non erano in casa. Allora mi sono messo in macchina, sulla statale e, nel traffico che procedeva lento, guidavo e pensavo a come quell’imprevisto mi stesse facendo perdere un sacco di tempo. Eppure, se quella mattina non fossi andato a casa, non avrei iniziato a leggere un libro del Card. Martini sulla preghiera che era lì negli scaffali della libreria. Quel libro, che senza l’imprevisto non avrei mai preso in mano, fin dalla prima pagina si è rivelato essenziale per me in quel momento. Così un imprevisto, un luogo non scelto è stato fondamentale!

Ecco perché dobbiamo stare attenti: la maggior parte dei punti di partenza di queste Beatitudini sono situazioni che non sceglieremmo mai di vivere… ma se non le riconosciamo, se le rifiutiamo, se continuiamo a non vederle,… siamo nella Beatitudine ma non ce ne accorgiamo, non ne godiamo e continuiamo ad affannarci rincorrendo cose che non servono…, cose che non nutrono, non dissetano, non ristorano.

 
Dove sta il monte di Dio?

Domanda: dove sta il monte di Dio?
Così risolviamo il problema e ci andiamo!

Dalla mia esperienza, posso dire che ci sono luoghi in cui avverti chiaramente di essere davanti al roveto, su terra sacra, alla presenza di Dio “voce di un sottile silenzio”, luoghi come l’Abbazia di Montesanto: giovedì scorso, quando sono arrivato qui, non era ancora arrivato nessuno e mi sono trovato immerso in un silenzio che mi ha detto di Dio. Ero in pace e ho benedetto quel momento.

Ma ci sono anche luoghi in cui vieni visitato e non lo avresti mai immaginato. Qualche giorno fa, verso le 18.00/18.30, mentre facevo i gradini delle scale della canonica, mi sono ritrovato sul monte di Dio. Tranquilli: non sono caduto e non ho battuto la testa! Ma arrivato agli ultimi gradini, lo Spirito Santo – perché solo Lui può essere stato – mi ha ricordato una frase di san Giovanni della Croce: «Alla sera sarai esaminato sull'amore».
Erano le 18.30: che cosa avevo fatto di quella giornata?
Subito in me e intorno a me si è fatta pace, proprio come a Montesanto. Eppure le scale della canonica sono un posto insignificante e nemmeno troppo in ordine, e quella giornata l’avevo dissipata dietro alle polemiche sui social. Io mi ero indignato, arrabbiato,… e poi è arrivata quella frase: «Alla sera sarai esaminato sull'amore». E subito s’è fatta pace! Mi sono ritrovato disarmato. «Davvero stai amando?», ho pensato. E mi sono ricordato che la polemica, se la lasci andare, si spegne da sola in un giorno; se rispondi, invece, la alimenti per mesi. Da solo avrei dato sfogo alla mia indignazione e avrei continuato all'infinito. È stato provvidenziale l’intervento dello Spirito Santo!

 
La voce di un sottile silenzio

Questa espressione di 1Re 19, che giovedì scorso don Gian Luca ci ha consegnato, mi è molto cara perché mi s’è impressa nella memoria dalla prima volta che l’ho ascoltata. Ero a Milano, Facoltà di Filosofia, Corso di Istituzioni di Ontologia. Il professor Virgilio Melchiorre citò l’episodio di Elia durante una sua lezione e tradusse il v. 12 («il sussurro di una brezza leggera») con l’espressione più letterale “una voce di silenzio sottile” o “voce di un sottile silenzio”. Ed è una frase che non riusciamo bene a comprendere, ma se la lasciamo lì e la contempliamo, ci porta alle esperienze che abbiamo vissuto di quel silenzio sottile, occasioni in cui abbiamo avuto la CERTEZZA (e non è successo una sola volta) di essere alla Presenza viva di Dio. E può essere successo sul monte, in una chiesa, in casa, al lavoro,…
Quella parola di 1Re 19 per me è stato un dono, una perla preziosa che quel professore, ormai 24 anni fa, ha donato a me e ai miei compagni di corso!

 
Le Beatitudini

Stasera vi parlerò delle Beatitudini, ma ve ne parlerò fissandomi su due temi – il presente e il futuro – e su una realtà che li accomuna: la comunione con Dio e con il prossimo. Quindi vi parlerò di un presente e di un futuro ABITATI.

Intanto il monte è ABITATO e anche sul monte non siamo soli ma sempre in compagnia di Dio che ci chiama.

La vita è una vocazione. E la vocazione è una chiamata. La vocazione è una chiamata alla vita!
E a questo punto, considerando il monte di Dio e la vocazione, mi è tornato in mente un brano che conobbi ai tempi del Liceo, quando mi appassionai ai Padri del deserto e a san Benedetto da Norcia. Nel Prologo della sua Regola, San Benedetto cita il Salmo che abbiamo pregato all’inizio del nostro incontro (33/34) e scrive: «Il Signore va cercando il suo operaio tra la folla della gente, alla quale rivolge tale appello, e dice ancora: Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici? Se all'udirlo tu rispondi: “Io”, ecco che Dio si rivolge a te dicendo: Se vuoi avere la vita vera e perpetua, trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna; sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila...».

 


Ascoltiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-16):

1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3”Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

 
«… e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (v. 1).
Perché?
Che cosa andavano cercando?
Che cosa avevano trovato con Gesù o in Gesù?


Perché ti sei fatto prete?

Perché vai cercando la vita.
Perché sei cristiano?
Perché hai un desiderio di vita.
 

All'origine della nostra vocazione c'è la risposta a questa domanda: «Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici?».
Troppo spesso pensiamo che l’essere credenti, l’essere cristiani sia un'iniziativa personale, un'abitudine, una tradizione, una scelta solo nostra.

Invece san Benedetto ci mostra la vocazione nella sua semplicità: c'è Dio che ti cerca e ti chiede: «Chi è l’uomo che vuole la vita?».
Se rispondi: «Io», allora Lui ti indica la via.
 
Perché ci avviciniamo a Gesù?

Nel Vangelo di Matteo, vedendo le folle, Gesù sale sul monte, si siede e i suoi discepoli si avvicinano.
Perché si avvicinano? Che cosa avevano trovato in Lui?
Tu perché sei cristiano? Perché cerchi Gesù ogni giorno nella preghiera, nella Messa, nell’ascolto della Sua Parola, nel fare la carità?

Io penso che la risposta stia proprio in quel versetto che abbiamo citato: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).
Si avvicinano perché in Gesù hanno trovato la vita.
Questo deve essere il nostro punto di partenza quotidiano.
Se oggi o domani qualcuno ti chiederà perché sei cristiano, la tua risposta non potrà essere: «Perché mi è capitato di nascere in una famiglia cristiana». Quella risposta è parziale. La risposta completa è: "Sono cristiano perché voglio la vita e bramo vedere giorni felici!".
 
Ma allora il monte di Dio è fuori o dentro di me?

C'è un libro illustrato che mi piace moltissimo, dove i protagonisti sono un bambino, una talpa, una volpe e un cavallo. A un certo punto il bambino si specchia in uno stagno e dice: «Non è strano? Riusciamo a vedere solo ciò che accade all'esterno, ma quasi tutto succede all'interno di noi».
È vero. Il monte di Dio è fuori e dentro: è una condizione in cui Dio ci fa entrare e non soltanto un luogo fisico. La vocazione, secondo San Benedetto da Norcia, ha la forma di una domanda che mi viene rivolta, una domanda di vita. Ed è la risposta a quella domanda a farmi salire/stare sul monte del Signore. Così il monte è fuori e dentro perché prende proprio tutto, interessa tutto; nulla di me e della mia vita rimane fuori. E sul monte io conosco Dio e Dio mi rivela che mi conosce nel profondo, e mi rivela che quel profondo in cui mi sento più solo e impenetrabile è invece il luogo della più grande compagnia, è il luogo della comunione con Lui e con il prossimo.

 

Le Beatitudini: una realtà che capovolge

Ecco allora le Beatitudini (Mt 5, 1-16)!
 
Quelle che Gesù nomina sono tutte situazioni in cui normalmente ci sentiamo in sofferenza. Se guardiamo l'attualità, il mite sembra fuori posto, il pacifico sembra un sopravvissuto di un'altra epoca. Forse nell’essere immerso nel mondo, nel confrontarti con l’attualità che viene raccontata dai giornali, ti senti solo e smarrito,… ma per fortuna c'è la comunità cristiana dove ti ritrovi la Domenica! Infatti la Domenica trovi ristoro immergendoti nelle buone relazioni parrocchiali… Ma è sempre così? O anche lì può capitarti di sentirti solo? E se ti capita di sentirti solo, davvero l’unica via da percorrere per la tua salute è la fuga?

L'altro giorno, osservando galline, papere e galli nel pollaio mentre mia madre dava loro le bucce dei cocomeri, ho visto che all’inizio mangiavano tutte contente e regnava la pace: il cibo infatti era abbondante e ce n’era per tutte. Ma, mano a mano che il cibo diminuiva, iniziava una lotta per contendersi le bucce rimaste e una scacciava l'altra per prendere il suo posto,… Tra le galline che mangiavano c’era anche quella che da settimane stava covando le uova. Mia madre si è meravigliata di vederla lì, tra le altre e allora, entrata nel pollaio, ha potuto vedere un gesto di generoso altruismo: un’altra gallina le aveva dato il cambio per permetterle di ristorarsi un po’.
O forse no?
Al suo ritorno, infatti, la “sostituta” non ha restituito il posto alla titolare, con evidente disappunto da parte della “titolare”… e una papera sembrava proprio sconsolata nell’assistere alla baruffa tra le due galline…

Guardandole, ho pensato a quello che a volte succede in parrocchia: ci si ritrova a litigare e agli occhi di un esterno appare chiaro che il motivo della lite è una buccia di cocomero, nemmeno una fetta intera!
E lì ho pensato: Signore, sono venuto a cercare un po’ di ristoro,… ma anche qui mi raggiunge il pensiero di quanto è facile litigare…
Può sempre capitarti, dunque, di ritrovarti o sentirti solo, ma è proprio in quella solitudine, in quel pianto che nessuno comprende, che arriva Dio e dice: «Beato te!». È proprio allora che scopri che il Signore abita proprio lì, con te («Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti», Salmo 33/34, 19).
 
Prendiamo la prima beatitudine:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli».

 
Ma come faccio a sapere se io sono povero in spirito?
Ho pensato a due possibili verifiche pratiche.
 
La prima verifica: questa Beatitudine dice che il Regno dei cieli è già dei poveri in spirito; è loro qui e ora. È una delle due beatitudini al presente (insieme all'ultima). Se io sono un povero in spirito, dovrei riconoscere in me già ora i frutti del Regno dei cieli. E quali sono i frutti del Regno dei cieli?
Mi è venuto in mente San Paolo quando scrive ai Galati: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

Se in me non trovo questi frutti, forse non sono ancora un “povero in spirito”.
Ma la verifica non serve a scoraggiarmi, serve a ricordarmi quanto è urgente la mia conversione, serve a farmi umile, serve a riorientare il mio sguardo a Gesù, a farmi tenere lo sguardo fisso su di Lui!

 
La seconda verifica: il povero in spirito è un mendicante, la cui vita dipende dal dono che riceve. Allora posso dirmi povero in spirito quando anche nell'incontrare l'ultimo, il più piccolo, il più povero, il più sgradevole, il più problematico, il meno simpatico, riconosco di averne bisogno, riconosco che è un dono per me.
Se posso permettermi di scartare chi mi sta poco simpatico, significa che non ne ho bisogno, e quindi non sono povero.
Ricordo in un film su san Francesco la letizia con cui riceveva in elemosina gli avanzi dei pasti, cose che nemmeno il cane avrebbe voluto, e ringraziava sorridendo. Ecco il vero povero in spirito!
 
Dove mi colloca questa povertà?
Mi colloca là dove Gesù esulta di gioia nello Spirito Santo e dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». (Lc 10, 21).
Quale gioia è scoprire che i “piccoli” sono la gioia del Signore Gesù!
Quando sono piccolo, quando accetto di esserlo, io sono la gioia del Signore Gesù!
 
Il presente e il futuro nelle Beatitudini

Leggendo e rileggendo le Beatitudini, ho notato che la prima e l'ottava sono al presente («di essi è il regno dei cieli»), mentre le altre sono al futuro (saranno consolati, avranno in eredità, saranno saziati, troveranno misericordia,...).

Così mi sono ricordato che il futuro è essenziale per vivere il presente.

Senza quella promessa di futuro, non si esce dalla situazione di pianto, di povertà, di persecuzione.

Qualche giorno fa, mentre preparavo l'omelia per la messa del giorno, mi sono imbattuto in Matteo 19,27-30.

Pietro dice a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». Pietro parla al futuro. Io, ricordando meglio i testi paralleli di Marco e Luca, ero convinto che Gesù rispondesse al presente, dicendo che già ora riceviamo cento volte tanto. Invece in Matteo Gesù risponde al futuro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
Pietro in questo brano è interessato al futuro.
Io al presente.
Normalmente non penso al futuro come un luogo da cui aspettarmi un dono, ma come un luogo in cui perdo i pezzi progressivamente e inesorabilmente. Allora nella risposta di Gesù mi aspettavo – perché mi piaceva di più – il tempo presente (come nei paralleli di Marco e Luca) e invece in Matteo Gesù risponde SOLO AL FUTURO!
In quel momento l’ho sentito come un comando di Dio per me: un comando a GUARDARE il futuro con fiducia e non come mi appare IMMEDIATAMENTE e SUPERFICIALMENTE.
Il futuro per «voi che mi avete seguito» non è il luogo dell’ignoto o della distruzione, ma il luogo in cui il DONO è PIENO, si compie in pienezza.
E rispetto alle mie aspettative, davvero è 100 volte tanto!
 
Allora a questo punto ti chiedo:
«Tu cosa sei venuto a cercare sul monte di Dio?»
«Cosa hai visto?»
«Cosa ti aspetti?»
Il monte di Dio è il luogo che cambia la prospettiva di ogni arrivo: non punto di fine, ma punto di INIZIO e INIZIO SEMPRE PROMETTENTE!
Abramo, Mosè, Elia,… erano alla fine dei loro giorni, gente che umanamente non aveva più nulla da aspettarsi, e invece incontrano il Signore e vengono rimessi in cammino.
 
«Tu verso cosa vai camminando?»
«Dove sei diretto?»
La parola sul FUTURO mi ha DAVVERO SCONVOLTO qualche giorno fa.
Ed è per questo che mi ci sono soffermato un po’, leggendo e rileggendo le Beatitudini.
 
3 pensieri a conclusione…

Leggendo Mt 5, 1-16, STAVOLTA ho imparato che…
a)    Il futuro è ESSENZIALE per VIVERE il presente!
«Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto» (San Francesco)
«Paradiso, Paradiso, preferisco il Paradiso» (San Filippo Neri)
«… nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo» (Messale romano)
«Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» (Credo)
         
Le Beatitudini mi APRONO al Cielo («… di essi è il regno dei cieli») e mi rivelano che non si gioca tutto qui sulla terra. È molto salutare a questo proposito leggere e rileggere tutto il Discorso della Montagna!
Le beatitudini mi APRONO al futuro: non finisce tutto qui e ora!
 
b)    Le Beatitudini mi SPRONANO a non fermarmi al “dato del mondo”, perché io ho VISTO il DONO DI DIO in Cristo Gesù!
È impressionante notare che quando l’uomo dice di sé: «Misero me!», Dio dice dell’uomo: «Beato te!».
Quando guardo con gli occhi “del mondo”, il dono del Paradiso mi appare come qualcosa di barattabile alla prima occasione: quanto facilmente rinunciamo a perdonare per prenderci la soddisfazione di una vendetta! Se ci interessasse davvero il Paradiso, saremmo ostinati nel fare il bene e la pace e ci opporremmo con tutte le forze al desiderio di vendetta, al rancore, alla voglia di farci giustizia da soli,…
Quando cerco e sento su di me lo sguardo d’amore di Dio, Egli è il mio tutto e non ho bisogno di niente!

c)    Guardare il futuro mi fa vedere (bene) il presente!
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.

Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, mi accorgo che non sono incamminato verso il meno, ma verso il più!
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, non vivo per la morte ma assaporo ogni giorno un di più di vita!

Stamattina, come ogni volta che mi prende un po’ di inquietudine, sono andato a cercare testi che avevo già incontrato e gustato. In seminario una volta ci avevano proposto di partecipare alla preghiera dell’Akathistos, un bellissimo inno ortodosso dedicato a Maria Madre di Dio. Mi è piaciuto talmente tanto, che spesso vado a rileggermi la traduzione in italiano.
STAVOLTA ho notato un ritornello a cui altre volte non avevo fatto caso: «Gioisci, nostra Gioia, liberaci da ogni male e placa le nostre tristezze». E, andando avanti nella lettura, m’ha sorpreso per la sua semplicità e luminosità anche un'altra frase: «Gioisci, tu che liberi i nostri occhi dal pianto eterno».
È bellissima!!! C’è dentro tutta la luce, la gioia, la pace della Pasqua!!! C’è dentro tutta l’esperienza che viviamo della fede nella Risurrezione di Cristo!!!

 
In conclusione, vi invito a tornare qui all’Abbazia di Montesanto, il 5 agosto, vigilia della Trasfigurazione, a pregare davanti all'icona, a guardare il nostro futuro e a lasciare che quel futuro illumini il nostro presente. Davvero funziona!
 
Grazie per l'ascolto!

[Ringrazio il prof. Paride Petrocchi per aver trascritto il testo dell’incontro, testo che poi ho rivisto per la pubblicazione sul blog]

lunedì 20 luglio 2026

Perché? Per chi?

L'Innominato incontra il cardinal Borromeo

Forse è stata la famiglia cristiana, forse le persone buone che ho incontrato, forse gli studi, forse gli insegnamenti che ricevo di continuo, forse le esperienze, forse gli errori, forse le punizioni ricevute,... Non so bene grazie a cosa o grazie a chi, ma da molto tempo mi chiedo: «Perché sono nato? Perché ho queste mani? Perché sono in grado di pensare? Perché ho la possibilità di parlare? Perché vivo? Perché ho la possibilità di muovermi, incontrare, raccontare, ascoltare, scrivere,...?». La giornata diventa tutta un «perché?» o tutta un «per chi?», se t'alleni a non dare per scontato nulla di quello che sei e di quello che hai! Ed è questo che rende responsabili di tutto e di tutti.

Così, in questi giorni, di fronte a episodi di cronaca locale, nazionale e internazionale mi ritrovo la sera a guardare questo o quel personaggio e a pensare: «Davvero sarà convinto d'esser nato solo per questo? Davvero quelle mani erano solo per togliere la vita? Davvero quella bocca solo per dire parole violente e destabilizzanti? Davvero quelle orecchie servivano a non ascoltare il grido del povero, del debole, dell'ultimo? Davvero quell'intelligenza solo per manipolare e influenzare le persone fabbricando falsità o dicendo mezze verità? Davvero quella posizione politica solo per fare interessi personali o della sua parte? Davvero quella sua identità solo per nascondersi dietro un branco o dietro una massa e fare il male in maniera anonima? Davvero? Davvero stasera quest'uomo o quell'uomo si sente bene? è soddisfatto di come ha usato la sua intelligenza, il suo cuore, la sua vita?... Davvero può dire che ne è valsa la pena?».
E mi preoccupa un po' pensare che il ragazzo, il giovane, l'adulto, l'anziano non si ponga la domanda: «Perché ci sono? Perché sono nato? Per chi questa mia vita? Per chi le mie mani, la mia intelligenza, il mio sapere, la mia amicizia, il mio amore, la mia libertà?».

Fatico a credere che ciascuno di noi, ponendosi la domanda, poi possa davvero accontentarsi di risposte superficiali: «un orologio, una cena, una serata di sregolatezze, una manifestazione di forza, un esercizio di potere, il mettere paura, l'essere popolari per una manciata di secondi o di ore, essere potenti e influenti, essere temuti,...».
Fatico a credere che dopo aver fatto del male a qualcuno o dopo aver "tolto la vita" a una, due, tre, migliaia di persone, dopo aver "affamato" e distrutto interi popoli con scelte politiche scellerate, uno possa tranquillamente dire di aver vissuto bene il suo giorno...


Spero che a un certo punto, dopo aver preso coscienza del male che ha fatto, ciascuno si chieda: «E adesso?». Solo così avrà modo di ricevere misericordia e inizierà anch'egli a fare misericordia!

mercoledì 24 giugno 2026

Nuovo


Inizia qualcosa di nuovo e non si può negare che sia nuovo: nasce un bambino. E nasce quando nessuno ormai più se l’aspetta. Meraviglia, stupore, novità, gioia, tenerezza e festa subito irrompono nella vita di tutti: genitori, nonni, parenti, amici, conoscenti,…

Ma subito inizia il discorso delle somiglianze,
subito si inizia a guardare quel bambino come i tanti bambini già visti, già noti
e anche lui nella mente di tutti inizia a essere pensato come uno che percorrerà le stesse vie, gli stessi cammini di tutti gli altri.

Poi arriva il momento di dargli un nome. E l’usanza dice di prendere un nome che dia già una qualche garanzia o che sia di buon auspicio perché era il nome di qualcuno che vivendo ha lasciato un buon ricordo di sé.
Così quando la madre e il padre annunciano che il nome sarà Giovanni, la prima obiezione è che non c’è nessuno nella parentela che abbia quel nome.

Sembra che la novità debba in qualche modo essere indirizzata, come se fosse necessario farle prendere fin da subito una certa piega. Ed è per il nostro bene che va indirizzata; sono, infatti, le persone più vicine a suggerire un nome “sicuro”: «Perché chiamarlo Giovanni, quando Zaccaria è un nome così bello?» (cfr. Lc 1, 59).

Ma colui che ha parlato con l’Angelo (Lc 1, 11-20) sa qual è il nome del bambino e ricorda bene la novità che l’annuncio ha portato nella vita sua e di sua moglie Elisabetta: sono diventati madre e padre!
E chi può dimenticare un evento tanto grande?
Zaccaria scrive il nome di Giovanni su una tavoletta.
Giovanni è nuovo!
Zaccaria ed Elisabetta lo donano a noi perché quella novità sia anche per noi invito a non riprodurre automaticamente il passato, ma a ricevere il presente da Dio ogni giorno come un dono totalmente nuovo, nuovo come sempre nuovo è l’amore!

Non è facile accogliere il presente come una novità!
Viene spontaneo abituarsi al passato e vivere il presente come una sorta di ripetizione.
Non è facile custodire uno sguardo capace di meraviglia di fronte a ogni oggi!
Capita con l’oggi quello che capita con Giovanni: non finisce a sorgere il sole e io già mi aspetto che la giornata sia come tutte le altre, come un film già visto…

Il Vangelo di oggi (Lc 1, 57-66. 80) mi invita a riconoscere che nuovo è ogni istante, nuova è sempre ogni persona e nuovo sarà anche il mio sguardo, se chiedo a Dio continuamente di rinnovarlo!

lunedì 22 giugno 2026

La pagliuzza e la trave

Il Vangelo si lega a persone e momenti ben precisi: ad esempio, da quella volta nel refettorio delle Suore Teresiane a Ripatransone, la pagliuzza e la trave (Mt 7, 1-5) – nei miei ricordi – sono legate a don Domenico e suor Concetta.

Due missionari, uno in Camerun, l’altra – insieme a suor Carmela – nelle Filippine.
Due che quando sono partiti dall’Italia non erano più tanto giovani.
Due che in missione hanno raccontato, testimoniato e visto Dio e la Sua Buona Provvidenza all’opera!

In quel tempo, durante il pranzo nel refettorio delle suore, erano frequenti le “visite” di suor Concetta, che veniva a salutarci e a riprendere con don Domenico, cappellano delle Suore, i temi del Vangelo del giorno.
E quel giorno era il giorno della pagliuzza e della trave…
«Don Domenico, non ho capito bene stamattina la storia della pagliuzza e della trave», esordiva sorridendo suor Concetta. E allora don Domenico ricominciava a spiegare il Vangelo con la sua consueta pazienza, ma anche con un po’ d’ironia. Così, ogni volta, ne nascevano dei simpatici siparietti, che facevano sorridere me e padre Aro.
Sorridevamo e imparavamo.

Imparavamo che non esiste una Parola di Dio “teorica”, ma sempre una Parola di Dio che s’incarna e, nell’oggi di ciascuno, diventa benedizione, fiducia, dolcezza, simpatia, amicizia, amore, pace, gioia, speranza!
Non esiste una Parola di Dio “ferma”, ma la Parola di Dio è sempre in moto e muove!
Non esiste una Parola di Dio che si legge per sapere, ma la Parola di Dio si legge sempre per vivere!

Così è stato per suor Concetta e suor Carmela, partite per le Filippine senza conoscere neanche la lingua inglese, così è stato per Don Domenico, partito per la missione in Camerun, così è per me e per ogni cristiano!

mercoledì 17 giugno 2026

Per amore della Parola


Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola,
perché i pensieri siano già rivolti alla Parola.
Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora,
perché viva e dimori in noi.
Facciamo silenzio la mattina,
perché Dio deve avere la prima parola,
facciamo silenzio prima di coricarci,
perché l’ultima parola appartiene a Dio.
Facciamo silenzio non per amore del silenzio,
ma per amore della Parola.
 
(Dietrich Bonhoeffer)
 
«Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola,
perché i pensieri siano già rivolti alla Parola».
In seminario mi hanno insegnato a prendermi il tempo di entrare in preghiera e ho constatato che prepararmi a pregare, prepararmi ad ascoltare Dio che mi parla, fa davvero la differenza.
A volte la fretta di concludere mi mette fretta anche nell’iniziare e, mentre prego, sento solo quello che voglio sentire o quello che posso sentire nel frastuono ancora vivo delle voci precedenti.
Quanto bene mi ha fatto vivere l’ingresso in preghiera in quei primi giorni di seminario e in quei primi anni! È questo buon ricordo che mi salva quando mi trovo un po’ disorientato per esperienze non troppo positive!
Quando trascuro l’ingresso in preghiera una volta o più volte, è quel buon ricordo a darmi la spinta per ricominciare!
Aver gustato qualcosa di bello e di buono ci salva e ci fa tornare, ci fa ritrovare la via del bene!
 
«Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora,
perché viva e dimori in noi».
Quando termina l’esecuzione di un brano al pianoforte, sento l’ultima nota che suona e rimane nell’aria e l’applauso sembra rimanere sospeso, come se ciascuno scegliesse di non voler interrompere l’ascolto finché nel silenzio quell’ultima nota non abbia finito di parlare.
Facciamo silenzio per ascoltare ancora, per ascoltare meglio, per ascoltare fino in fondo.
Anche di questo ho fatto e faccio buona esperienza: se resto un po’ con la Parola ascoltata, prima di mettermi a dire, prima di scrivere, prima di riprendere le attività quotidiane,… la vedo fiorire, la sento continuare a dire e scendere sempre più nel profondo.
La Parola trova casa in me quando il rumore mio e del mondo non la copre, non le si oppone.
 
«Facciamo silenzio la mattina,
perché Dio deve avere la prima parola».
Bella questa “precedenza” di Dio!
«Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo», scrive l’evangelista Giovanni (1Gv 4, 19).
Così mi viene spontaneo dire:
Noi parliamo perché Tu ci parli per primo!
Che bello riconoscere che sei Tu a rivolgerci la parola al mattino appena ci svegliamo.
Che bello cercarti appena svegli e dire così che non possiamo nulla senza di Te, senza la vita che viene da Te!
Che bello poter attingere le mie parole dalla Tua prima parola ogni mattina!
 
«… facciamo silenzio prima di coricarci,
perché l’ultima parola appartiene a Dio».
La mia ultima parola, prima di coricarmi, a volte è una parola di soddisfazione, altre volte di gratitudine, a volte di tristezza, paura, rimpianto, a volte di gioia e di pace, a volte di rabbiosa insofferenza o impazienza.
Ma non è la mia l’ultima parola della giornata: l’ultima parola, come la prima, è sempre la Tua, Signore!
E la Tua Parola è sempre – per me e per ciascuno – Parola che salva, Parola che benedice, Parola che perdona, rinfranca, ridona speranza, fa risorgere!
 
«Facciamo silenzio non per amore del silenzio,
ma per amore della Parola».
Il silenzio di per sé preoccupa, annoia, fa male, inquieta.
Se facciamo silenzio è perché siamo certi di essere alla presenza di Dio che ci parla, siamo certi di ascoltare la Parola di Colui che ci ama, la Parola che ci fa vivere.
Perciò facciamo silenzio non per amore del silenzio, ma per amore di Dio che, poiché ci ama, ci parla!

lunedì 15 giugno 2026

Conosco un luogo…


Conosco un luogo in cui non ci si sceglie, non si fa selezione, non ci sono limiti d'età, non ci sono barriere o gradini, non ci sono un primo e un ultimo, non ci sono un più grande e un più piccolo, non ci sono un forte e un debole, ma solo fratelli e sorelle amati dal Signore.
 
Conosco un luogo in cui ci si vede e si è visti non per le cose che produciamo o le ricchezze che portiamo, ma semplicemente per quello che siamo; e siamo tutti belli, molto belli, bellissimi!
 
Conosco un luogo in cui non puoi prendere l'iniziativa di dire "tu sì e tu no", ma ognuno ha diritto di entrare e rimanere.
 
Conosco un luogo in cui VEDERE l'altro mi fa capire chi sono io e mi mette in moto per prendermi cura dell'altro. Così scopro di essere RICCO, ma un ricco strano: un ricco di cose da donare, ma un ricco di cose che ricevo. Scopro che in quel luogo ognuno ha una ricchezza che può dare tutta intera e, donandola, si moltiplica, cresce a dismisura, in modo inimmaginabile.
 
Conosco un luogo dove possono anche sorgere difficoltà, incomprensioni, invidie, gelosie, litigi, ma se non ci si ferma all'incomprensione, al malumore, al litigio,... se non si ritiene l'incomprensione una barriera insormontabile, poi si cerca la via comune e si torna a camminare insieme con ancor più fiducia nella comunità.
 
Per trovare questo luogo, basta essere cercatori di VITA!
 
Oppure occorre essere persone che si sono annoiate di quell'altra vita, la vita delle selezioni continue, la vita della competizione a tutti i costi e per tutti i posti, la vita dove vali perché "hai" e non perché "sei", la vita in cui vale solo chi garantisce produttività ed efficienza, quella dove i deboli sono "scarti" da gettare via, quella dove, dopo una certa età, non servi più e ti mettono da parte...
Viene il momento in cui questo tipo di vita ti annoia o ti ferisce; perché è vero che in quel tipo di vita tu hai il potere di "scartare", ma è anche vero che qualcun altro ha il potere di "scartarti". È vero che hai il potere di scegliere con chi stare, ma è anche vero che, a tua volta, puoi rimanere escluso da quelli con cui tu vorresti stare.
 
E mentre l'esclusione fa sempre morire, l'accoglienza fa RISORGERE e VIVERE, vivere insieme.
 
Questo luogo che conosco è la Parrocchia, un luogo APERTO, una casa accogliente, un giardino dove tutti possono fiorire e portare frutto!

sabato 6 giugno 2026

Quel che vede la folla…

Salvatore Fiume, Gesù e la Samaritana, particolare
dalle TAVOLE di Salvatore Fiume contenute in una edizione del Vangelo, edizioni Paoline, 1988)

«… Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo» (Mc 12, 42).
 
Oggi il Vangelo mi fa conoscere una vedova che compie un gesto comune, un gesto compiuto da tutta una folla.
È una di tanti che gettano monete nel tesoro del tempio.
 
Ma poi Gesù mi rivela un particolare che mi sarebbe rimasto sconosciuto: «questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» (v. 43).
Solo Lui può saperlo!
 
Stamattina, dopo aver letto il Vangelo, mi è tornata in mente questa frase contenuta in alcune Preghiere Eucaristiche: «… e di tutti i defunti, dei quali tu solo hai conosciuto la fede» (Preghiera Eucaristica IV, Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II, Preghiera Eucaristica V).
 
Uno magari s’immagina chissà di chi si sta parlando…

Stamattina m’è venuta in mente la vedova, la cui fede passava inosservata e sarebbe rimasta inosservata tra la folla, se Gesù non avesse addirittura chiamato i discepoli e non avesse detto loro: «In verità io vi dico…» (v.43).

 
Ci sono cose che dall’esterno non possiamo conoscere: «Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (v. 34).
 
E ci sono cose che, invece, sappiamo molto bene per esperienza: il superfluo può essere anche tanto, ma rimane superfluo, anche se lo si tramuta in offerta. Si tratterà di un’offerta superflua, nel senso che non significa nulla per la vita dell'offerente!
Tutto quanto ho per vivere, rimane tutto quanto ho per vivere, anche quando si tratta di «due monetine, che fanno un soldo» (v. 42)! Si tratterà sempre di un’offerta vitale: è l’offerta di tutta la vita! E l’offerente vivrà gioia vera: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20, 35).
 
Mi impressiona notare stamattina che il valore di quell’offerta lo sanno solo la vedova e Dio! Rimane tra lei e Dio!
Il valore di ogni mia azione lo conosciamo solo io e Dio!
 
Perciò, perché, cercando e facendo il bene,
dovrei preoccuparmi di ciò che appare e sembra agli occhi degli altri?