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lunedì 14 settembre 2026

A tu per tu con Gesù!



Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita» (dalla Prima lettura della Messa di oggi, Nm 21, 4b-9).
 
La croce la porto, la incontro, la evito, la abbraccio, la bacio, la fuggo,... ma la guardo?
Mi attraversa questo pensiero mentre ascolto la Prima lettura della Messa di oggi [Festa dell’Esaltazione della Santa Croce] ...
 
E questo pensiero mi accompagna per un po' dopo la Messa e torna ancora mentre vado a comprare una lampadina nuova e il pane...
 
Quante volte al giorno guardo davvero la Croce di Gesù?
Su chi tengo fisso il mio sguardo per la maggior parte del tempo?
Gli occhi vedono, ma da soli non possono vedersi.
Da solo non posso vedere che faccia ho: del mio viso con i miei occhi posso arrivare a vedere in modo sfocato la punta del naso, il mio labbro superiore coi baffi, forse una piccola parte della guancia, le sopracciglia e la punta dei capelli,...
Sembra che gli occhi non siano fatti per vedermi, per guardarmi in faccia, per guardare me stesso... ma per guardare l'altro, per vederlo, per accorgermi che c'è.
 
Per vedere i miei occhi con i miei occhi, ho bisogno di uno specchio e così per vedere il mio viso nella sua completezza. Gli occhi non servono per guardarmi o servono solo in parte per guardarmi: la maggior parte del campo visivo è "altro da me".
 
Eppure oggi passo la maggior parte del tempo a guardarmi, a custodire gelosamente il mio tesoro, a considerare il mio tempo, le mie rughe, i miei capelli bianchi, le mie cose, la mia vita, il mio benessere, la mia salute, il mio interesse, le mie ferite,... come se questo "guardarmi" fosse il senso della vita.
 
Sembra che la parte stia occupando tutto il campo visivo: non ho occhi che per me!
 
Ma solo chi «lo guarderà resterà in vita».
 
E allora: quante volte guardo la Croce di Gesù?
Quante volte al giorno lascio che il mio sguardo incontri lo sguardo di Colui che ho trafitto?

lunedì 3 agosto 2026

La più grande bestemmia


Dire una bestemmia.
Pensare una bestemmia.
Già solo per scrivere queste due prime frasi mi tremavano le dita...

Quando accade di dire, ma anche soltanto di pensare una bestemmia, noi credenti ne sentiamo tutto il peso e ci portiamo in testa e nel cuore il pentimento.
Ma non è un pentimento come altri pentimenti: gli altri pentimenti riusciamo presto a metterli da parte, quello invece rimane lì nella testa e subito ci precipitiamo dal confessore per farci assolvere da quel peccato che a momenti non riusciamo nemmeno a dire in confessionale, tanto ci pare abominevole e imperdonabile...

Se fossimo realmente credenti, come pensiamo o diciamo di essere, dovremmo provare lo stesso pentimento quando "pensiamo" o "diciamo" o "scriviamo" male del nostro prossimo, quando lo offendiamo per qualsiasi motivo, quando lo maltrattiamo, quando lo trattiamo ingiustamente,...

La più grande bestemmia, infatti, la troviamo scritta nel libro della Genesi: la pronuncia Caino, e ogni volta m'immagino la sorpresa di Dio nell'ascoltarla. Dio non se l'aspettava quella risposta: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?».

Dio non se l'aspettava,
non solo perché Caino lo sapeva bene dove aveva lasciato Abele, suo fratello,
ma soprattutto perché Abele è suo fratello. Suo fratello. Suo fratello.

E Caino risponde proprio così: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9).
Eccola qui la bestemmia più grande!

Ma questa per noi non conta, non fa niente se succede di dirla o di pensarla, non fa niente se succede di metterla in pratica,... in fondo siamo uomini...

E invece no: è una bestemmia a tutti gli effetti! Una bestemmia come quelle che ci fanno correre subito dal confessore per avere l'assoluzione.

Quando l'acqua bolle e metto la pasta, poi rimetto il coperchio e, dopo qualche minuto, l'acqua bollente esce fuori e si riversa sul piano di cottura... Forse non c'è una cosa che mi dà più fastidio di questa e allora cerco di ricordarmi di abbassare la fiamma, o aprire di tanto in tanto il coperchio.

Dalle notizie che leggo o ascolto e dalle situazioni che incontro vivendo, noto che oggi c'è molta acqua bollente che fuoriesce.
E succede di frequente e troppo facilmente...
E l'acqua bollente che si rovescia ustiona, rovina, fa sempre male...

Una volta Gesù disse: «L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6, 45).

Le nostre parole, i nostri pensieri, le nostre azioni non sono acqua bollente che se qualcuno non apre il coperchio, non può fare a meno di uscire; noi siamo uomini in grado di dominare gli istinti, in grado di cercare un equilibrio, in grado di mantenere l'equilibrio e la moderazione, in grado di cercare e trovare la parola giusta, il pensiero bello, l'azione buona.

È Dio stesso a incoraggiare Caino a essere pienamente uomo e a esserlo fino in fondo: «... il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4, 7).
«... e tu lo dominerai».

«Forza, Caino! Domina il peccato! Dai che ce la fai!».

Perciò il problema non è la realtà esterna su cui facilmente sono portato a concentrarmi, ma il cuore mio:
che tesoro c'è nel mio cuore?

Se non mi sento custode di alcun fratello (o sorella), se dico male, insulto, manco di rispetto, sono intollerante, opprimo, calpesto, faccio violenza al mio prossimo (chiunque egli sia), quanto è marcio il mio cuore? E quanto è grande il pericolo che sto correndo? Quante persone sto ustionando con la mia acqua bollente?

Forse è il caso che ciascun credente s'allarmi un po' e s'adoperi con urgenza a bonificare il suo cuore...

Forse è il caso che ciascun credente si affretti a fare come si fa quando si dice una bestemmia o la si pensa: correre subito a chiedere perdono e a riparare il male commesso! Ma subito, subito, subito, subito, subito,...

lunedì 27 luglio 2026

Il monte delle beatitudini – Abbazia di Santa Maria in Montesanto, 23 luglio 2026


Ringrazio don Gian Luca Pelliccioni, che mi ha affidato questo tema, perché arriva sempre nel momento opportuno: quando don Gian Luca mi ha fatto la proposta, sentivo proprio il bisogno di salire sul monte. Non so chi abbia ispirato quella sera don Gian Luca – non eravamo in chiesa, ma sul lungomare di Grottammare –, ma ho pensato che Dio, vedendomi abbastanza impantanato, avesse mandato il suo angelo a chiedermi di salire più in alto. Quando sono impantanato, posso darmi da fare quanto voglio, ma se non salgo un po' più in alto non ne esco. Per questo ho accolto l'invito come qualcosa di provvidenziale.
 
All'inizio pensavo di avere tutto il tempo per prepararmi: mancava quasi un mese all'incontro. E invece ho finito di preparare l’incontro solo tre quarti d'ora fa. Probabilmente ho sbagliato i calcoli, perché la vita si intreccia con le riflessioni e non sempre agevola il cammino: il grande caldo, le notizie di attualità, la catastrofica grandinata dell'altra sera… Oggi finalmente la temperatura è più sostenibile, ma mi sono ridotto all'ultimo momento... Vi consegno comunque questi pensieri, sperando di non crearvi confusione.
 
Il monte di Dio e il monte dell'uomo
La prima cosa che ho notato è la differenza tra due tipi di monte: il monte dell’uomo e il monte di Dio. Mi sono fermato proprio su questa dicitura, "monte di Dio", e ho dovuto rivedere il mio pensiero.

Quando penso a un monte, istintivamente immagino una salita, una vetta da raggiungere, un cammino faticoso. Questa è l'idea umana.
Ma il monte di Dio è completamente diverso.
Noi crediamo in un Dio che si rivela, quindi anche il suo monte ha bisogno di esserci rivelato. Don Gian Luca, giovedì scorso, ci ha introdotti proprio a questo tema e ci ha aiutati a salire e a stare su quel monte.

Se il monte dell'uomo è quello che si scala con fatica e sudore, quello di Dio è il monte del riposo e del ristoro. Gesù dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30).
L'immagine del giogo, legata al lavoro pesante, viene subito capovolta: il giogo è dolce, il peso è leggero.

Se il monte dell'uomo è quello a cui si accede per merito – ed è una tentazione grossa, almeno per me, pensare di meritarmi la grazia di essere cristiano e di stare in ascolto di Dio – quello di Dio è il monte a cui si accede per grazia, per dono. Se il monte dell'uomo è quello da scalare mettendo alla prova le proprie forze, sul monte di Dio si sale per attrazione da parte di Dio stesso. Mi piace molto questa frase del Vangelo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Se fosse per me, non ci andrei mai da solo sul monte Calvario!

Sul monte di Dio si va per vocazione: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui” (Mc 3,13).

Sul monte dell'uomo si va per iniziativa personale e chissà per quali ragioni e motivi (ognuno ha e sa i suoi motivi e le sue ragioni, il perché del suo cammino…).
Sul monte di Dio, più procedi, più stai e più ti accorgi che l'iniziativa è sempre di Dio. Lo abbiamo visto con Mosè ed Elia: non si ritrovano lì per loro volontà, ma per un incontro che riconoscono come una presenza reale.
Sul monte di Dio ti accorgi che certi passi li fai e li hai fatti solo perché Dio ti ama; altrimenti, se fosse dipeso tutto da te, non ti saresti mai mosso.

Sul monte dell'uomo si sale e si scende, su quello di Dio si sta e si rimane per sempre: “Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9).

 
I monti che scelgo e quelli che non scelgo

La seconda considerazione riguarda i monti che scegliamo e quelli che non scegliamo.
La tentazione quotidiana è benedire i monti che scegliamo e maledire quelli che non abbiamo scelto.
Ma l'altro giorno, girando per casa, mi sono accorto che ciò che non scelgo è per me altrettanto essenziale e vitale di ciò che scelgo.

Spesso mi capita di pensare che gli imprevisti della giornata siano cose di cui sarebbe meglio fare a meno. Invece quando mi metto in ascolto del Vangelo, scopro che tutto è grazia, persino ciò che a prima, a seconda o a terza vista, mi appare come una vera e propria disgrazia. Accogliere l’idea che solo ciò che selezioniamo ci giova è un problema serio, perché a lungo andare cominceremo a pensare che il Signore si trovi solo dove scegliamo noi o dove sappiamo noi. Invece la Bibbia – e lo vediamo con Abramo, Giacobbe, Mosè, Elia,… Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria,… Zaccheo,… – ci mostra che Dio si trova dove non ce lo aspettiamo.

Vi faccio un esempio. L'altro giorno doveva venire il tecnico a prendere le misure delle zanzariere a casa dei miei. Io ero in canonica e il tecnico mi ha detto: "Arrivo tra una mezz’oretta, ma sto telefonando per avvisare e non mi risponde nessuno". I miei in quel momento non erano in casa. Allora mi sono messo in macchina, sulla statale e, nel traffico che procedeva lento, guidavo e pensavo a come quell’imprevisto mi stesse facendo perdere un sacco di tempo. Eppure, se quella mattina non fossi andato a casa, non avrei iniziato a leggere un libro del Card. Martini sulla preghiera che era lì negli scaffali della libreria. Quel libro, che senza l’imprevisto non avrei mai preso in mano, fin dalla prima pagina si è rivelato essenziale per me in quel momento. Così un imprevisto, un luogo non scelto è stato fondamentale!

Ecco perché dobbiamo stare attenti: la maggior parte dei punti di partenza di queste Beatitudini sono situazioni che non sceglieremmo mai di vivere… ma se non le riconosciamo, se le rifiutiamo, se continuiamo a non vederle,… siamo nella Beatitudine ma non ce ne accorgiamo, non ne godiamo e continuiamo ad affannarci rincorrendo cose che non servono…, cose che non nutrono, non dissetano, non ristorano.

 
Dove sta il monte di Dio?

Domanda: dove sta il monte di Dio?
Così risolviamo il problema e ci andiamo!

Dalla mia esperienza, posso dire che ci sono luoghi in cui avverti chiaramente di essere davanti al roveto, su terra sacra, alla presenza di Dio “voce di un sottile silenzio”, luoghi come l’Abbazia di Montesanto: giovedì scorso, quando sono arrivato qui, non era ancora arrivato nessuno e mi sono trovato immerso in un silenzio che mi ha detto di Dio. Ero in pace e ho benedetto quel momento.

Ma ci sono anche luoghi in cui vieni visitato e non lo avresti mai immaginato. Qualche giorno fa, verso le 18.00/18.30, mentre facevo i gradini delle scale della canonica, mi sono ritrovato sul monte di Dio. Tranquilli: non sono caduto e non ho battuto la testa! Ma arrivato agli ultimi gradini, lo Spirito Santo – perché solo Lui può essere stato – mi ha ricordato una frase di san Giovanni della Croce: «Alla sera sarai esaminato sull'amore».
Erano le 18.30: che cosa avevo fatto di quella giornata?
Subito in me e intorno a me si è fatta pace, proprio come a Montesanto. Eppure le scale della canonica sono un posto insignificante e nemmeno troppo in ordine, e quella giornata l’avevo dissipata dietro alle polemiche sui social. Io mi ero indignato, arrabbiato,… e poi è arrivata quella frase: «Alla sera sarai esaminato sull'amore». E subito s’è fatta pace! Mi sono ritrovato disarmato. «Davvero stai amando?», ho pensato. E mi sono ricordato che la polemica, se la lasci andare, si spegne da sola in un giorno; se rispondi, invece, la alimenti per mesi. Da solo avrei dato sfogo alla mia indignazione e avrei continuato all'infinito. È stato provvidenziale l’intervento dello Spirito Santo!

 
La voce di un sottile silenzio

Questa espressione di 1Re 19, che giovedì scorso don Gian Luca ci ha consegnato, mi è molto cara perché mi s’è impressa nella memoria dalla prima volta che l’ho ascoltata. Ero a Milano, Facoltà di Filosofia, Corso di Istituzioni di Ontologia. Il professor Virgilio Melchiorre citò l’episodio di Elia durante una sua lezione e tradusse il v. 12 («il sussurro di una brezza leggera») con l’espressione più letterale “una voce di silenzio sottile” o “voce di un sottile silenzio”. Ed è una frase che non riusciamo bene a comprendere, ma se la lasciamo lì e la contempliamo, ci porta alle esperienze che abbiamo vissuto di quel silenzio sottile, occasioni in cui abbiamo avuto la CERTEZZA (e non è successo una sola volta) di essere alla Presenza viva di Dio. E può essere successo sul monte, in una chiesa, in casa, al lavoro,…
Quella parola di 1Re 19 per me è stato un dono, una perla preziosa che quel professore, ormai 24 anni fa, ha donato a me e ai miei compagni di corso!

 
Le Beatitudini

Stasera vi parlerò delle Beatitudini, ma ve ne parlerò fissandomi su due temi – il presente e il futuro – e su una realtà che li accomuna: la comunione con Dio e con il prossimo. Quindi vi parlerò di un presente e di un futuro ABITATI.

Intanto il monte è ABITATO e anche sul monte non siamo soli ma sempre in compagnia di Dio che ci chiama.

La vita è una vocazione. E la vocazione è una chiamata. La vocazione è una chiamata alla vita!
E a questo punto, considerando il monte di Dio e la vocazione, mi è tornato in mente un brano che conobbi ai tempi del Liceo, quando mi appassionai ai Padri del deserto e a san Benedetto da Norcia. Nel Prologo della sua Regola, San Benedetto cita il Salmo che abbiamo pregato all’inizio del nostro incontro (33/34) e scrive: «Il Signore va cercando il suo operaio tra la folla della gente, alla quale rivolge tale appello, e dice ancora: Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici? Se all'udirlo tu rispondi: “Io”, ecco che Dio si rivolge a te dicendo: Se vuoi avere la vita vera e perpetua, trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna; sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila...».

 


Ascoltiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-16):

1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3”Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

 
«… e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (v. 1).
Perché?
Che cosa andavano cercando?
Che cosa avevano trovato con Gesù o in Gesù?


Perché ti sei fatto prete?

Perché vai cercando la vita.
Perché sei cristiano?
Perché hai un desiderio di vita.
 

All'origine della nostra vocazione c'è la risposta a questa domanda: «Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici?».
Troppo spesso pensiamo che l’essere credenti, l’essere cristiani sia un'iniziativa personale, un'abitudine, una tradizione, una scelta solo nostra.

Invece san Benedetto ci mostra la vocazione nella sua semplicità: c'è Dio che ti cerca e ti chiede: «Chi è l’uomo che vuole la vita?».
Se rispondi: «Io», allora Lui ti indica la via.
 
Perché ci avviciniamo a Gesù?

Nel Vangelo di Matteo, vedendo le folle, Gesù sale sul monte, si siede e i suoi discepoli si avvicinano.
Perché si avvicinano? Che cosa avevano trovato in Lui?
Tu perché sei cristiano? Perché cerchi Gesù ogni giorno nella preghiera, nella Messa, nell’ascolto della Sua Parola, nel fare la carità?

Io penso che la risposta stia proprio in quel versetto che abbiamo citato: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).
Si avvicinano perché in Gesù hanno trovato la vita.
Questo deve essere il nostro punto di partenza quotidiano.
Se oggi o domani qualcuno ti chiederà perché sei cristiano, la tua risposta non potrà essere: «Perché mi è capitato di nascere in una famiglia cristiana». Quella risposta è parziale. La risposta completa è: "Sono cristiano perché voglio la vita e bramo vedere giorni felici!".
 
Ma allora il monte di Dio è fuori o dentro di me?

C'è un libro illustrato che mi piace moltissimo, dove i protagonisti sono un bambino, una talpa, una volpe e un cavallo. A un certo punto il bambino si specchia in uno stagno e dice: «Non è strano? Riusciamo a vedere solo ciò che accade all'esterno, ma quasi tutto succede all'interno di noi».
È vero. Il monte di Dio è fuori e dentro: è una condizione in cui Dio ci fa entrare e non soltanto un luogo fisico. La vocazione, secondo San Benedetto da Norcia, ha la forma di una domanda che mi viene rivolta, una domanda di vita. Ed è la risposta a quella domanda a farmi salire/stare sul monte del Signore. Così il monte è fuori e dentro perché prende proprio tutto, interessa tutto; nulla di me e della mia vita rimane fuori. E sul monte io conosco Dio e Dio mi rivela che mi conosce nel profondo, e mi rivela che quel profondo in cui mi sento più solo e impenetrabile è invece il luogo della più grande compagnia, è il luogo della comunione con Lui e con il prossimo.

 

Le Beatitudini: una realtà che capovolge

Ecco allora le Beatitudini (Mt 5, 1-16)!
 
Quelle che Gesù nomina sono tutte situazioni in cui normalmente ci sentiamo in sofferenza. Se guardiamo l'attualità, il mite sembra fuori posto, il pacifico sembra un sopravvissuto di un'altra epoca. Forse nell’essere immerso nel mondo, nel confrontarti con l’attualità che viene raccontata dai giornali, ti senti solo e smarrito,… ma per fortuna c'è la comunità cristiana dove ti ritrovi la Domenica! Infatti la Domenica trovi ristoro immergendoti nelle buone relazioni parrocchiali… Ma è sempre così? O anche lì può capitarti di sentirti solo? E se ti capita di sentirti solo, davvero l’unica via da percorrere per la tua salute è la fuga?

L'altro giorno, osservando galline, papere e galli nel pollaio mentre mia madre dava loro le bucce dei cocomeri, ho visto che all’inizio mangiavano tutte contente e regnava la pace: il cibo infatti era abbondante e ce n’era per tutte. Ma, mano a mano che il cibo diminuiva, iniziava una lotta per contendersi le bucce rimaste e una scacciava l'altra per prendere il suo posto,… Tra le galline che mangiavano c’era anche quella che da settimane stava covando le uova. Mia madre si è meravigliata di vederla lì, tra le altre e allora, entrata nel pollaio, ha potuto vedere un gesto di generoso altruismo: un’altra gallina le aveva dato il cambio per permetterle di ristorarsi un po’.
O forse no?
Al suo ritorno, infatti, la “sostituta” non ha restituito il posto alla titolare, con evidente disappunto da parte della “titolare”… e una papera sembrava proprio sconsolata nell’assistere alla baruffa tra le due galline…

Guardandole, ho pensato a quello che a volte succede in parrocchia: ci si ritrova a litigare e agli occhi di un esterno appare chiaro che il motivo della lite è una buccia di cocomero, nemmeno una fetta intera!
E lì ho pensato: Signore, sono venuto a cercare un po’ di ristoro,… ma anche qui mi raggiunge il pensiero di quanto è facile litigare…
Può sempre capitarti, dunque, di ritrovarti o sentirti solo, ma è proprio in quella solitudine, in quel pianto che nessuno comprende, che arriva Dio e dice: «Beato te!». È proprio allora che scopri che il Signore abita proprio lì, con te («Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti», Salmo 33/34, 19).
 
Prendiamo la prima beatitudine:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli».

 
Ma come faccio a sapere se io sono povero in spirito?
Ho pensato a due possibili verifiche pratiche.
 
La prima verifica: questa Beatitudine dice che il Regno dei cieli è già dei poveri in spirito; è loro qui e ora. È una delle due beatitudini al presente (insieme all'ultima). Se io sono un povero in spirito, dovrei riconoscere in me già ora i frutti del Regno dei cieli. E quali sono i frutti del Regno dei cieli?
Mi è venuto in mente San Paolo quando scrive ai Galati: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

Se in me non trovo questi frutti, forse non sono ancora un “povero in spirito”.
Ma la verifica non serve a scoraggiarmi, serve a ricordarmi quanto è urgente la mia conversione, serve a farmi umile, serve a riorientare il mio sguardo a Gesù, a farmi tenere lo sguardo fisso su di Lui!

 
La seconda verifica: il povero in spirito è un mendicante, la cui vita dipende dal dono che riceve. Allora posso dirmi povero in spirito quando anche nell'incontrare l'ultimo, il più piccolo, il più povero, il più sgradevole, il più problematico, il meno simpatico, riconosco di averne bisogno, riconosco che è un dono per me.
Se posso permettermi di scartare chi mi sta poco simpatico, significa che non ne ho bisogno, e quindi non sono povero.
Ricordo in un film su san Francesco la letizia con cui riceveva in elemosina gli avanzi dei pasti, cose che nemmeno il cane avrebbe voluto, e ringraziava sorridendo. Ecco il vero povero in spirito!
 
Dove mi colloca questa povertà?
Mi colloca là dove Gesù esulta di gioia nello Spirito Santo e dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». (Lc 10, 21).
Quale gioia è scoprire che i “piccoli” sono la gioia del Signore Gesù!
Quando sono piccolo, quando accetto di esserlo, io sono la gioia del Signore Gesù!
 
Il presente e il futuro nelle Beatitudini

Leggendo e rileggendo le Beatitudini, ho notato che la prima e l'ottava sono al presente («di essi è il regno dei cieli»), mentre le altre sono al futuro (saranno consolati, avranno in eredità, saranno saziati, troveranno misericordia,...).

Così mi sono ricordato che il futuro è essenziale per vivere il presente.

Senza quella promessa di futuro, non si esce dalla situazione di pianto, di povertà, di persecuzione.

Qualche giorno fa, mentre preparavo l'omelia per la messa del giorno, mi sono imbattuto in Matteo 19,27-30.

Pietro dice a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». Pietro parla al futuro. Io, ricordando meglio i testi paralleli di Marco e Luca, ero convinto che Gesù rispondesse al presente, dicendo che già ora riceviamo cento volte tanto. Invece in Matteo Gesù risponde al futuro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
Pietro in questo brano è interessato al futuro.
Io al presente.
Normalmente non penso al futuro come un luogo da cui aspettarmi un dono, ma come un luogo in cui perdo i pezzi progressivamente e inesorabilmente. Allora nella risposta di Gesù mi aspettavo – perché mi piaceva di più – il tempo presente (come nei paralleli di Marco e Luca) e invece in Matteo Gesù risponde SOLO AL FUTURO!
In quel momento l’ho sentito come un comando di Dio per me: un comando a GUARDARE il futuro con fiducia e non come mi appare IMMEDIATAMENTE e SUPERFICIALMENTE.
Il futuro per «voi che mi avete seguito» non è il luogo dell’ignoto o della distruzione, ma il luogo in cui il DONO è PIENO, si compie in pienezza.
E rispetto alle mie aspettative, davvero è 100 volte tanto!
 
Allora a questo punto ti chiedo:
«Tu cosa sei venuto a cercare sul monte di Dio?»
«Cosa hai visto?»
«Cosa ti aspetti?»
Il monte di Dio è il luogo che cambia la prospettiva di ogni arrivo: non punto di fine, ma punto di INIZIO e INIZIO SEMPRE PROMETTENTE!
Abramo, Mosè, Elia,… erano alla fine dei loro giorni, gente che umanamente non aveva più nulla da aspettarsi, e invece incontrano il Signore e vengono rimessi in cammino.
 
«Tu verso cosa vai camminando?»
«Dove sei diretto?»
La parola sul FUTURO mi ha DAVVERO SCONVOLTO qualche giorno fa.
Ed è per questo che mi ci sono soffermato un po’, leggendo e rileggendo le Beatitudini.
 
3 pensieri a conclusione…

Leggendo Mt 5, 1-16, STAVOLTA ho imparato che…
a)    Il futuro è ESSENZIALE per VIVERE il presente!
«Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto» (San Francesco)
«Paradiso, Paradiso, preferisco il Paradiso» (San Filippo Neri)
«… nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo» (Messale romano)
«Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» (Credo)
         
Le Beatitudini mi APRONO al Cielo («… di essi è il regno dei cieli») e mi rivelano che non si gioca tutto qui sulla terra. È molto salutare a questo proposito leggere e rileggere tutto il Discorso della Montagna!
Le beatitudini mi APRONO al futuro: non finisce tutto qui e ora!
 
b)    Le Beatitudini mi SPRONANO a non fermarmi al “dato del mondo”, perché io ho VISTO il DONO DI DIO in Cristo Gesù!
È impressionante notare che quando l’uomo dice di sé: «Misero me!», Dio dice dell’uomo: «Beato te!».
Quando guardo con gli occhi “del mondo”, il dono del Paradiso mi appare come qualcosa di barattabile alla prima occasione: quanto facilmente rinunciamo a perdonare per prenderci la soddisfazione di una vendetta! Se ci interessasse davvero il Paradiso, saremmo ostinati nel fare il bene e la pace e ci opporremmo con tutte le forze al desiderio di vendetta, al rancore, alla voglia di farci giustizia da soli,…
Quando cerco e sento su di me lo sguardo d’amore di Dio, Egli è il mio tutto e non ho bisogno di niente!

c)    Guardare il futuro mi fa vedere (bene) il presente!
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, vivo pienamente il presente e non sono prigioniero dell’ansia, dell’agitazione, dell’angoscia, del rimpianto.

Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, mi accorgo che non sono incamminato verso il meno, ma verso il più!
Se guardo il futuro che Cristo mi rivela, non vivo per la morte ma assaporo ogni giorno un di più di vita!

Stamattina, come ogni volta che mi prende un po’ di inquietudine, sono andato a cercare testi che avevo già incontrato e gustato. In seminario una volta ci avevano proposto di partecipare alla preghiera dell’Akathistos, un bellissimo inno ortodosso dedicato a Maria Madre di Dio. Mi è piaciuto talmente tanto, che spesso vado a rileggermi la traduzione in italiano.
STAVOLTA ho notato un ritornello a cui altre volte non avevo fatto caso: «Gioisci, nostra Gioia, liberaci da ogni male e placa le nostre tristezze». E, andando avanti nella lettura, m’ha sorpreso per la sua semplicità e luminosità anche un'altra frase: «Gioisci, tu che liberi i nostri occhi dal pianto eterno».
È bellissima!!! C’è dentro tutta la luce, la gioia, la pace della Pasqua!!! C’è dentro tutta l’esperienza che viviamo della fede nella Risurrezione di Cristo!!!

 
In conclusione, vi invito a tornare qui all’Abbazia di Montesanto, il 5 agosto, vigilia della Trasfigurazione, a pregare davanti all'icona, a guardare il nostro futuro e a lasciare che quel futuro illumini il nostro presente. Davvero funziona!
 
Grazie per l'ascolto!

[Ringrazio il prof. Paride Petrocchi per aver trascritto il testo dell’incontro, testo che poi ho rivisto per la pubblicazione sul blog]

lunedì 20 luglio 2026

Perché? Per chi?

L'Innominato incontra il cardinal Borromeo

Forse è stata la famiglia cristiana, forse le persone buone che ho incontrato, forse gli studi, forse gli insegnamenti che ricevo di continuo, forse le esperienze, forse gli errori, forse le punizioni ricevute,... Non so bene grazie a cosa o grazie a chi, ma da molto tempo mi chiedo: «Perché sono nato? Perché ho queste mani? Perché sono in grado di pensare? Perché ho la possibilità di parlare? Perché vivo? Perché ho la possibilità di muovermi, incontrare, raccontare, ascoltare, scrivere,...?». La giornata diventa tutta un «perché?» o tutta un «per chi?», se t'alleni a non dare per scontato nulla di quello che sei e di quello che hai! Ed è questo che rende responsabili di tutto e di tutti.

Così, in questi giorni, di fronte a episodi di cronaca locale, nazionale e internazionale mi ritrovo la sera a guardare questo o quel personaggio e a pensare: «Davvero sarà convinto d'esser nato solo per questo? Davvero quelle mani erano solo per togliere la vita? Davvero quella bocca solo per dire parole violente e destabilizzanti? Davvero quelle orecchie servivano a non ascoltare il grido del povero, del debole, dell'ultimo? Davvero quell'intelligenza solo per manipolare e influenzare le persone fabbricando falsità o dicendo mezze verità? Davvero quella posizione politica solo per fare interessi personali o della sua parte? Davvero quella sua identità solo per nascondersi dietro un branco o dietro una massa e fare il male in maniera anonima? Davvero? Davvero stasera quest'uomo o quell'uomo si sente bene? è soddisfatto di come ha usato la sua intelligenza, il suo cuore, la sua vita?... Davvero può dire che ne è valsa la pena?».
E mi preoccupa un po' pensare che il ragazzo, il giovane, l'adulto, l'anziano non si ponga la domanda: «Perché ci sono? Perché sono nato? Per chi questa mia vita? Per chi le mie mani, la mia intelligenza, il mio sapere, la mia amicizia, il mio amore, la mia libertà?».

Fatico a credere che ciascuno di noi, ponendosi la domanda, poi possa davvero accontentarsi di risposte superficiali: «un orologio, una cena, una serata di sregolatezze, una manifestazione di forza, un esercizio di potere, il mettere paura, l'essere popolari per una manciata di secondi o di ore, essere potenti e influenti, essere temuti,...».
Fatico a credere che dopo aver fatto del male a qualcuno o dopo aver "tolto la vita" a una, due, tre, migliaia di persone, dopo aver "affamato" e distrutto interi popoli con scelte politiche scellerate, uno possa tranquillamente dire di aver vissuto bene il suo giorno...


Spero che a un certo punto, dopo aver preso coscienza del male che ha fatto, ciascuno si chieda: «E adesso?». Solo così avrà modo di ricevere misericordia e inizierà anch'egli a fare misericordia!

sabato 23 maggio 2026

Gioia!


Stamattina ero alla presentazione del libro "Eravamo due ragazzi" di Antonella Roncarolo e sono stato molto felice di esserci!
E adesso non vedo l'ora di leggere il libro, che ho preso al termine della presentazione!
 
I motivi della mia felicità sono moltissimi!
Qui ora provo a raccontarne alcuni...
 
i) Sono felice perché il cineteatro San Filippo Neri era pieno di persone (tutti i posti a sedere erano occupati e c'era anche gente in piedi)! Segno che tantissime persone "sentono" battere forte il cuore quando si racconta la vita, la solidarietà, l'amore che si riceve e si dona!
 
ii) Sono felice perché è stata raccontata una storia che è la storia di tanti, anzi di tutti: è anche la mia e la tua storia perché in questo mondo "sbarchiamo" tutti come stranieri e il nostro primo giorno di vita (il primo giorno di tutti noi) è un giorno in cui abbiamo fatto esperienza di un'accoglienza e di una tenerezza e di una cura che se non ci fossero stati, non saremmo sopravvissuti. Mi hanno raccontato che per un bimbo, subito dopo il parto, sono necessari asciugamani caldi e immagino avvenga la stessa cosa quando tanti nostri fratelli e sorelle sbarcano sulle coste d'Italia, bagnati e infreddoliti dopo giorni trascorsi in mare.
 
Quando veniamo al mondo siamo così piccoli e fragili che se ci mancassero quelle cure immediate, non potremmo sopravvivere! E la stranezza è che appena iniziamo a sentirci "grandi" (e accade già quando abbiamo soltanto tre o quattro anni), dimentichiamo di essere polvere, di essere fragili, di essere stati "piccoli" e trascuriamo di ringraziare per la cura che riceviamo ogni giorno e trascuriamo di offrire cura a chiunque incontriamo.
 
E la cura è vitale a tutte le età: se uno ti trascura, anche a quarant'anni e nel pieno delle tue forze, una parte di te la senti un po' morire.
 
E così mi fa sempre bene fissare lo sguardo su realtà che mi ricordano quanto sono piccolo e fragile e quanto grande è il bene che possiamo fare gli uni per gli altri, semplicemente esercitando il nostro cuore all'ascolto e il nostro sguardo alla benevolenza, alla fiducia, all'accoglienza!
 
iii) Sono felice perché stamattina s'è detto e s'è visto bene che ognuno di noi è dono per tutti gli altri! È stato molto bello sentire e vedere nelle persone che hanno preso la parola la consapevolezza d'essere un dono, consapevolezza acquisita anche grazie all'incontro con persone buone.
E io li ringrazio tutti per avermelo ricordato anche oggi, perché facilmente, immerso nei miei impegni e pensieri quotidiani, mi considero un problema e arrivo anche a considerare l'altro un problema, e così tutto prende una piega di sfiducia, di malumore, di lamentela, di lotta per la sopravvivenza mia, anche a scapito dell'altro.
 
iv) Sono felice perché nella Chiesa vedo realizzarsi la fraternità, l'uguaglianza, la comunione! E questo mi rincuora! È stato bello ed entusiasmante stamattina vedere in sala e sul palco persone di ogni parte della terra, persone che si guardavano con simpatia, con stima, con gioia, con commozione!
 
Sono felice e desidero ringraziare la Chiesa per la bella occasione di universalità che mi ha offerto di vivere in questo sabato, vigilia della solennità di Pentecoste!

giovedì 5 febbraio 2026

Il re Davide e io

Non so se al buon Peppe la parola di Dio offre risposte, ma so che gli fa sorgere domande, domande che, puntualmente, dopo la messa delle 9.00, rivolge a me, appena rientro in sacrestia. A volte so rispondere, altre volte no, ma sempre porto con me la domanda. Ed è incredibile come le domande abbiano il potere di rimanermi in testa per ore, giorni, mesi,…
 
Ieri, dopo il “prosit”, è stata la volta del censimento: “Che aveva fatto di male il re Davide facendo il censimento?” (leggi 2Sam 24, 2. 9-17, prima lettura della Messa del 04/02/2026).
 
Mentre mi tolgo la casula e il camice, ci penso un po’ e poi gli dico: “La lettura di oggi mi fa pensare che Davide abbia fatto il censimento per rendersi conto della forza che aveva a disposizione, come se avesse bisogno di contare sugli uomini e non si fidasse fino in fondo della Provvidenza di Dio, o come se la grandezza d’Israele fosse nel numero di abitanti e non nella Promessa di Dio ad Abramo”.
 
Oggi, ripensando al censimento, mi sono accorto che è un po’ il male del nostro tempo: tendiamo a misurare e a essere misurati con una precisione quasi maniacale e questo non so se ci fa bene o se influenza, restringendolo, il nostro orizzonte, il nostro modo di pensare, sognare, agire, parlare, progettare, evangelizzare, amare…
 
A fine anno qui in parrocchia si contano i funerali, i battesimi, le prime comunioni, le cresime e i matrimoni, a occhio si può fare una statistica della partecipazione alla Messa o ad altre attività parrocchiali, quotidianamente si può contare il numero delle persone raggiunte sui social e il numero di follower o di visualizzazioni di un post e da lì si ricava il dato sull’accoglienza che ha avuto la proposta o il contenuto pubblicato. Così uno può regolarsi nell’elaborare le iniziative parrocchiali seguendo l’onda del gradimento, in modo tale da raggiungere e coinvolgere più persone. E, misurando un incremento, uno può stare tranquillo perché c’è un riscontro positivo.
 
Ma tutto questo “contare” influenza le mie scelte e forse mi dà anche l’impressione che sia tutto nelle mie mani o comunque nelle mani di qualcuno abile a costruire proposte che generano adesioni e partecipazione.
 
E se a un certo punto i contenuti veri e vitali suonassero sgradevoli alle orecchie dei follower, avrei il coraggio di esprimerli?
Se la chiesa si svuotasse perché il Vangelo contraddice le scelte della maggioranza, avrei il coraggio di continuare a predicare il Vangelo?
È vitale il seguito che ottengo, o la verità che esprimo?
 
La resa della semina la si vede mesi dopo, al momento del raccolto.
Ed è un bene che sia così; perché se avessi la possibilità di conoscere la resa già al momento della semina, forse seminerei in modo più scientifico, ma con meno gratuità e generosità.
 
Non è che questo nostro studiare le statistiche, fare censimenti, conoscere le visualizzazioni in tempo reale, avere un seguito da mantenere e da incrementare,… sta rendendo meno gratuito il nostro annuncio?
Non è che ci sta togliendo la convinzione della gratuità dell’annuncio e dell’accoglienza del Vangelo (leggi Mc 6, 7-13, Vangelo della Messa del 05/02/2026)?
 
Il bello nella mia giornata è incontrare persone che amano gratis, senza misurare il tempo e le attenzioni che mi dedicano o che dedicano agli altri. Quando ho l’impressione che l’incontro con una persona si svolge in un modo che sembra costruito per ottenere la mia fiducia e la mia adesione, magari la proposta è pure buona, ma mi resta antipatica perché mi sembra che quella persona non è interessata a me, ma ad aumentare i suoi numeri o il suo profitto.
 
“Che aveva fatto di male il re Davide ordinando un censimento?”.
A prima vista, niente di male, solo un conteggio della popolazione; ma alla lunga gli sarebbe sorto il dubbio se conveniva di più affidarsi alle mani degli uomini o rimanere in quelle di Dio.
 
E io?

giovedì 29 gennaio 2026

Ma tu pensa!

L'importante è non fermarsi a pensare.
Perché se ti fermi a pensare, ti accorgi che il mondo che ti sei costruito non sta in piedi. Le soluzioni che proponi funzionano finché le urli a un pubblico in TV o sulla piazza, finché le proponi e le difendi con la prepotenza, con le minacce, con le armi, con la violenza,... ma quando rimani da solo, quando si avvicina la notte, quando non puoi unirti a un branco ringhiante, senti un brivido freddo su per la schiena e t'accorgi di quanto è vano, inappropriato, sciocco, ridicolo il tuo "piano" per salvare il mondo.
 
Ti fa paura quel brivido e allora fai in modo di non avere più un momento di silenzio: tutto il tempo lo riempi di immagini, video, musiche, chiacchiere,... che devono "motivarti", confermarti; non hai più un momento di "STOP", ma hai organizzato tutto per non fermarti mai o per arrivare a sera talmente esausto da addormentarti senza avere neanche il tempo di pensare alla giornata trascorsa o di dedicare uno sguardo a chi vive con te.
 
Hai così paura di sentirti nudo, debole, indifeso, che di fronte a un problema, nemmeno ti concedi il tempo di riflettere, di osservare, di farti qualche domanda per vedere se la tua intelligenza e la tua esperienza possono suggerirti un'idea,...: già hai mobilitato in tuo aiuto tutte le migliori intelligenze artificiali a disposizione.
 
Sei arrivato perfino a convincerti che esiste una soluzione per ogni problema, che deve esserci sempre qualcuno che può risolvere i problemi della vita o che deve esserci sempre un colpevole, una volta eliminato il quale, finalmente tu e il tuo mondo troverete pace. E invece non hai trovato e non troverai pace, in guerra, come sei, con tutto il mondo e con tutto l'uomo.
 
In questa tua corsa folle e inarrestabile, non dimenticarti di BENEDIRE tutte le pietre d'inciampo che incontri e tutti i "veicoli lenti" che non ti permettono di sorpassare.
 
BENEDICI i bambini che hanno bisogno di tutto e non ti "pagano" niente.

BENEDICI i ragazzi che, pensando da ragazzi, ti costringono a rivedere i tuoi schemi e pensieri. E ti mettono in crisi perché non obbediscono ai tuoi "comandi", e nemmeno ascoltano le tue soluzioni e istruzioni.

BENEDICI i giovani, che ti ricordano la tua giovinezza, ma ti chiedono di essere per loro un punto di riferimento quanto a onestà, lealtà, responsabilità, affidabilità, cura del prossimo e del bene comune: ti ricordano che non vivi per te stesso, ma sempre per il bene di tutti.

BENEDICI gli anziani e gli ammalati, che ti costringono a rallentare per andare al loro passo; BENEDICILI perché ti fanno recuperare il vero passo, quello che ti permette di guardare, ascoltare, accogliere il mondo e il prossimo, senza passare oltre.

BENEDICI i poveri, a cui con tutte le tue idee, soluzioni, giudizi, opinioni, parole, opere,... non riesci a cambiare la vita: sono uomini come te e ti somigliano; come te, anche loro hanno dei sogni, un punto di vista, una visione della vita, una dignità, una libertà,... come te, anche loro ci tengono a esprimere il loro parere, a comunicartelo, a dialogare con te da uomo a uomo, da pari. E forse non glielo hai ancora mai concesso davvero.

BENEDICI chi non la pensa come te, perché ti ricorda che la vita è un po' più del tuo modo di pensare, vedere, agire.

BENEDICI tutto ciò che rallenta la tua corsa, tutto ciò che scombina i tuoi programmi, tutto ciò che ti costringe a rivedere i tuoi piani; BENEDICILO perché ti sta RIPORTANDO IN VITA!

 
Dietro a macchine sempre più sofisticate e veloci, ti stai forse illudendo d'essere anche tu macchina e stai vivendo da macchina, sempre meno capace di pietà, compassione, solidarietà e sempre più concentrato sul tuo obiettivo personale, da raggiungere subito, con ogni mezzo e anche a danno di tutte le altre macchine.
Ops, mi sono lasciato prendere dalla foga e ho scritto "macchine"; naturalmente volevo dire «... a danno di tutti gli altri uomini».

mercoledì 21 gennaio 2026

L’unica via di salvezza (leggendo 1Sam 17, 32-33.37.40-51)


Leggendo la prima lettura della Messa di oggi, mi accorgo che Dio mi ricorda sempre un’altra strada, una strada che dimentico facilmente o che mi fa comodo dimenticare.
 
Oggi Dio mi ricorda l’esistenza di quest’altra strada e a me sembra di vederla per la prima volta. E così gli sono grato, perché sapere che c’è un’altra strada mi dona sollievo, mi alleggerisce.
 
Quando vedo di fronte a me un’unica possibilità, mi sento costretto e non è una bella sensazione. Nella prima lettura di oggi c’è la via della forza e del potere che regola ogni aspetto della vita: il più forte può, il più debole non può; il più forte comanda e il più debole deve sottomettersi. E sembra non esserci via d’uscita.
 
Di questa visione sono prigionieri un po’ tutti nella prima lettura: i Filistei e Golia, sicuri della loro forza, l’esercito di Israele, che non ci prova nemmeno ad affrontare Golia, certo che la sua forza gigantesca abbia già vinto, Saul, che vedendo Davide vuole evitargli la morte sicura: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui…».
 
E Saul, che s’è abituato a leggere la vita secondo la via della forza, ha perfettamente ragione: come può un pastorello affrontare un signore della guerra?
 
E poi c’è Davide, uno che s’è accorto di un’altra strada, quella dell’umiltà e della fiducia in Dio e non mette in discussione questa sua fiducia neanche quando si avvia a una morte certa: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell'orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo».
 
Ogni giorno mi capita di avere a che fare con la mia forza: in alcuni momenti mi sento Golia, molto più spesso mi sento Saul. E quasi mai mi ricordo che posso anche provare a sentirmi Davide e scegliere di percorrere una via nuova, la via della fiducia in Dio, la via dell’umiltà, della mitezza, la via di chi si riconosce debole con altri deboli, la via di chi non rinuncia a prendere le difese del più debole, dell’ultimo, del più abbandonato, anche quando la sproporzione delle forze in campo è evidente.
 
Oggi si festeggia Sant’Agnese. Una ragazza di tredici anni che affrontò il Golia del suo tempo e vinse. E io oggi ricordo bene il nome di Agnese, che è stata uccisa dalla ferocia spietata dei potenti, mentre non conosco o non ricordo i nomi di molti dei potenti del suo tempo. Oggi, grazie ad Agnese, so che c’è sempre l’altra strada e che posso seguirla in ogni momento.
 
So a cosa portano le manifestazioni di forza: vedo com’è il mondo oggi, mondo che non ha mai voluto abbandonare la via della forza e della potenza.
 
Purtroppo non posso vedere come sarebbe stato il mondo se avesse accettato di “disarmare” e vivere in uno stile di comunione (non posso vederlo perché i potenti hanno scelto di non uscire dalla via dei rapporti di forza, anche se molti profeti si sono alzati a indicare l’altra strada come l’unica via di salvezza).
 
Oggi so che il mondo approverà le mie scelte di forza e so che esse porteranno anche qualche frutto, ma a che prezzo? Chi usa la forza seminando distruzione e morte.
 
Oggi so che continuando sulla via della forza non vedrò mai i frutti della carità, i frutti della Provvidenza, i frutti della Comunione. Continuando sulla via della forza non vedrò mai la pace.
 
La prima lettura di oggi dice che la fiducia in Dio, anche contro il buon senso – espresso da Saul che vuole salvare Davide – porta frutti sorprendenti. Lo dice perché io oggi mi fidi e possa oppormi alla prepotenza e a ogni forma di violenza con uno stile di fraternità e comunione!