che
dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di
pace?
che
sia tuttora valida la regola pagana: «si vis pacem, para bellum»?
che
l’omicida comune sia al bando come assassino, mentre chi, guerreggiando,
stermina genti e città sia in onore come un eroe?
che
nel figlio dell’uomo, riscattato a caro prezzo dal Figlio di Dio, si scorga
unicamente e si colpisca senza pietà il concetto di nemico per motivi di
nazione, di razza, di religione, di classe?
che
l’orrore cristiano del sangue fraterno si fermi davanti a una legittima
dichiarazione di guerra da parte di una legittima autorità?
che
una guerra possa portare il nome di «giusta» o di «santa», e che tale nome convenga
alla stessa guerra combattuta dall’un campo o dall’altro per opposte ragioni?
che
si invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di
milioni di figli di Dio?
che
venga bollato come disertore e punito come traditore chi, ripugnandogli in
coscienza il mestiere delle armi, che è mestiere dell’uccidere, si rifiuta al «dovere»?
che
sia fatto tacere colui, che per sé soltanto, senza la pretesa di coniare una
regola per gli altri, dichiara di sentire come peccato anche l’uccidere in
guerra?
che
si dica di volere la pace, e poi non ci si accordi sul modo, appena sopraggiunge
il dubbio che ne scapiti la potenza, l’orgoglio, l’onore, gli interessi della
nazione?
che
si predichi di porre la vita eterna al disopra di ogni cosa, e poi ci si
dimentichi che il cristiano è l’uomo che non ha bisogno di riuscire quaggiù?
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