venerdì 8 settembre 2017

Non temere

L’esposizione eucaristica è avvenuta da qualche minuto e mi avvicino all’ambone per iniziare la preghiera. Il lezionario è aperto e il Vangelo del giorno mi sta davanti. Nel silenzio scorro il testo con gli occhi e mi fermo su un versetto che sembra messo lì per l’occasione: «Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”» (Lc 5, 8).

Anch’io adesso sono davanti al Signore.
Anch’io, se sono sincero, devo fare mie le parole di Simon Pietro: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore».
Anch’io con Simon Pietro adesso sono pronto ad ascoltare la risposta di Gesù: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5, 10).

Ed è come se Gesù mi dicesse: so chi sei, so che sei un peccatore, ma offro la mia vita per te, ti chiamo a stare con me, sono seduto sulla tua barca, non ho paura di stare vicino a te.

Ieri sera, Signore, era necessario per tutti noi incontrarti!

Era necessario vederti salire sulla nostra barca!

Era necessario che fossi proprio Tu a chiederci di scostarci un poco da terra (cfr. Lc 5, 3). Non lo avremmo fatto se ce lo avesse chiesto un altro: la notte era durata troppo tempo e le reti erano vuote e i nostri cuori erano affannati per la fatica di una lunga veglia.

Ieri sera, Signore, era necessario per tutti noi ascoltare quel non temere detto con amore a squarciare, finalmente, le tenebre del dubbio di non essere amati, di non essere all’altezza, di non essere buoni a stare con te, di non riuscire a trovarti, a vederti, a seguirti, ad amarti.

Ora, Signore, aiutaci a metterci in cammino per annunciarti vivo e presente in mezzo a noi! [dGL]

martedì 25 luglio 2017

Consigliare i dubbiosi

«Chiedi consiglio a ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio» (Tobia 4,18).

Questo versetto è tratto dalle raccomandazioni che Tobi fa al figlio Tobia prima della sua partenza da casa. Partire, mettersi in viaggio, affrontare situazioni nuove, richiede a Tobia una preparazione: occorre che egli impari ad ascoltare.

È così anche per me!
Se mi metto in ascolto, scopro di essere bisognoso di consiglio perché il mio sapere è limitato e l’incontro con l’altro può arricchirmi delle sue esperienze e conoscenze.
Se sto in ascolto, resto umile e non presumo di poter fare a meno dei consigli che altri, pellegrini come me, possono darmi.

Quanto è necessario sulla strada che ho imboccato, chiedere consiglio a ogni persona che sia saggia! E quanto è salutare considerare attentamente le parole di chi mi vuole bene, prima di prendere una decisione importante!

L’ho riscoperto in modo inatteso quest’anno vivendo gli esercizi spirituali personalmente guidati, in una casa dei padri Gesuiti a Bologna.

Padre Giuseppe Crocetti, nel suo libro sulle opere di misericordia, scrive: «Letta alla luce di tutta la Bibbia, l’Opera “consigliare i dubbiosi” è aiutare gli esitanti, con la parola, l’esempio e sotto la guida dello Spirito Santo, perché entrino nel “consiglio” del Padre, cioè nel suo piano di salvezza già realizzato in Gesù Cristo e vissuto nella Chiesa» (Giuseppe Crocetti, «Misericordiosi come il Padre». Le opere di misericordia corporale e spirituale alla luce della Bibbia, Centro Eucaristico, 2015, p.102).

Le parole di padre Giuseppe mi sembrano una sintesi appropriata degli esercizi spirituali che ho vissuto a Bologna: sono stato affidato a padre Cesare, una persona saggia (Tb 4,18) che mi ha aiutato a leggere e accogliere il mio vissuto alla luce della Parola di Dio.

Sono grato alla mia guida perché ascoltava attentamente quanto gli dicevo; ascoltava e, dopo aver ascoltato, mi suggeriva alcuni accorgimenti per rafforzarmi nell’affrontare le situazioni quotidiane, poi apriva la sua Bibbia e cercava un brano, un salmo, un versetto da donarmi per il tempo di preghiera successivo.

I sette giorni sono stati scanditi dal silenzio, dalla preghiera personale nella chiesetta della casa, dal colloquio con la guida spirituale, dalla celebrazione dell’Eucaristia e dall’adorazione eucaristica a conclusione della giornata.

Più il tempo passava e più mi accorgevo che il Signore mi stava guidando, non solo in quei sette giorni, ma anche prima e avrebbe continuato a guidarmi in ciascuno dei giorni successivi. Così, il tempo degli esercizi non è stato uno “stacco” da ciò che c’era prima e da tutto ciò che ci sarebbe stato dopo: tutto si è svolto in continuità e armonia. Davvero tutto il tempo (passato, presente e futuro) è abitato da Dio!

Il settimo giorno, pensando all’episodio della trasfigurazione di Gesù e in modo particolare alla discesa dal monte, mi sono chiesto come sarebbe stato il mio ritorno a casa, dopo la settimana trascorsa sul monte Tabor. Ho pensato di porre la domanda a padre Cesare nell’ultimo colloquio. Mi ha risposto che non dovevo preoccuparmi perché dopo gli esercizi avrei visto tutte le cose con occhi nuovi.

Durante la preghiera personale di quel pomeriggio, mi sono fermato a considerare gli occhi nuovi che già stavo utilizzando per guardarmi e guardare ciò che c’era intorno: effettivamente ci vedevo meglio e tutto era avvolto da un senso di gratitudine al Signore per la fede, per la vita, per la famiglia, per i tanti amici, per le persone incontrate negli anni, per le esperienze vissute, per gli studi scolastici e universitari, per la chiamata a servirlo come prete, per i giorni in Seminario, per la Sua Chiesa, per i confratelli nel sacerdozio, per i padri spirituali, per tutto il popolo di Dio,…

La gratitudine mi faceva sorridere anche pensando alle cose più difficili vissute e a quelle che mi aspettavo di dover vivere tornando a casa,… persino le abitudini che mi avevano annoiato, ora mi apparivano sopportabili con l’aiuto di Dio, della Sua fedeltà, della Sua misericordia per i limiti dei fratelli, ma soprattutto per i limiti miei!

Quella stessa gratitudine mi fa sorridere ora: devo riconoscere, infatti, che quando ho avuto bisogno di essere consigliato, il Signore mi ha fatto sempre cercare e incontrare una persona saggia e, ascoltando il suo consiglio, ho continuato a camminare senza più aver timore!

Ripensando all’esperienza degli esercizi spirituali, mi sono convinto che questa opera di misericordia verso il prossimo sia la conseguenza di un’opera di misericordia da compiere verso me stesso: per consigliare i dubbiosi, devo ammettere di essere io per primo bisognoso di consiglio, devo aver misericordia del mio limite e del mio non aver sempre la risposta pronta, devo provare a non fuggire da quel senso di inadeguatezza che mi prende di fronte a certe situazioni. Quando non fuggo, infatti, mi viene dato di sperimentare l’opera di Dio e la grazia di camminare insieme ai fratelli.

don Gian Luca Rosati

sabato 1 luglio 2017

Dal libro "Il Vangelo del contadino", di don Primo Mazzolari

«Quando Gesù nasce, gli angeli cantano in cielo, la Vergine e Giuseppe l’adorano in terra.
Dopo, verranno i pastori chiamati dall’angelo.
Nessun cenno ai contadini della stalla.
Che l’evangelista non li abbia ricordati per una di quelle dimenticanze di cui la povera gente non s’offende?
I cronisti dei fatti mondani sanno quale grosso guaio corrono se lasciano fuori un nome.
Al contadino non importa.
Egli è sempre presente ad ogni grande avvenimento della storia, ad ogni schiudersi di una nuova epoca: sempre presente, col suo patire silenzioso, con la sua preghiera, con la sua fatica.
Non si fa storia senza di lui, non si ricostruisce senza di lui, non si resiste senza di lui.
È l’uomo di tutte le trincee, di tutte le avanzate, di tutte le battaglie».
[Tratto da Il Vangelo del contadino, di don Primo Mazzolari, edizioni La Locusta, Vicenza, pp. 22-23]

sabato 10 giugno 2017

Stammi ancor vicino, Signore!

Il ritiro in preparazione alla Prima Comunione si è appena concluso e i ragazzi sono tornati a casa. A me resta in mano un foglio che mi sembra una mappa del tesoro. Continuo a guardare la via tracciata e penso all’esigenza di percorrerla senza più attardarmi, senza più perdere tempo in mille distrazioni.

Il brano di Lc 15 (versetti 3-7) rivela la gioia di un pastore per aver ritrovato la pecorella che si era perduta. Gioia che egli condivide con la pecorella, finalmente sulle spalle sicure del suo pastore. Essa ha provato lo smarrimento, la solitudine, la paura della notte e della lontananza dal gregge e dall’ovile; ma ora il suo pastore l’ha ritrovata, ora non ha più nulla da temere: è sulle sue spalle; tornerà a casa sana e salva!

«Rallegratevi con me» (Lc 15, 6), dice il pastore ai suoi amici e ai suoi vicini e se si è suoi amici, non si può davvero fare a meno di essere presi dalla sua stessa allegria.

Ho riletto da poco Il piccolo principe e il brano della pecorella perduta e del suo pastore mi fa pensare a un testo che parla di una pecora e di un paletto per legarla…

«“Da dove vieni, mio piccolo ometto? Dov’è la tua casa? Dove vuoi portare la mia pecora?”
Dopo una pausa silenziosa, mi rispose:
“C’è di buono, con la cassa che mi hai regalato, che, di notte, essa le servirà da casa”.
“Certo. E se sei gentile, ti darò pure una corda, per legarla durante il giorno. E un paletto”.
La proposta sembrò urtare il piccolo principe:
“Legarla? Che idea stramba!”
“Ma se non la leghi, essa andrà dappertutto e si perderà…”
E il mio amico scoppiò in una nuova risata:
“Ma dove vuoi che vada?”
“Non importa dove. Diritto davanti a sé…”.
Allora il piccolo principe mi fece notare gravemente:
“Non fa niente, tutto è talmente piccolo da me!”.
E, forse con un po’ di malinconia, aggiunse:
“Andando diritto davanti a sé, non si può andare molto lontano…”». (Il piccolo principe, capitolo III)

Il nostro pianeta non è così piccolo come quello da cui proviene il piccolo principe, eppure Gesù non usa una corda e un paletto per legarci e non farci andare lontano! Gesù ci lascia liberi e ci accompagna dovunque andiamo. Ci incontra sulle strade che noi scegliamo di percorrere, fa festa con noi quando siamo nella gioia, partecipa al nostro dolore quando piangiamo, ci aiuta nella fatica e ci consola quando siamo tristi per qualche motivo. Se ci accorgiamo di questa sua presenza, di questa sua amicizia, non ci perdiamo mai: anche se andiamo lontano, siamo sempre a casa; anche se ci avventuriamo nel deserto, non siamo mai soli! Gesù cammina con noi (Lc 24, 15) e, se lo accogliamo nella nostra vita, ci insegnerà la via della felicità, proprio come il pastore guida le sue pecorelle ai pascoli migliori!

Gesù ci ama e poiché ci ama, ci fa entrare nel suo cuore, nella sua vita. Egli condivide con noi i suoi sentimenti: vuole che anche noi possiamo provare il suo stesso amore per ogni uomo, la sua stessa misericordia. Se stiamo con Lui, è un continuo imparare da Lui (Mc 3, 14)!

Basterà ascoltare e mettere in pratica la Sua Parola.
Basterà contemplare il suo offrirsi in sacrificio per noi: «Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: PRENDETE E MANGIATENE TUTTI: QUESTO è IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI» (Preghiera Eucaristica II).

Gesù dona la sua vita per la nostra vita. Nutrendoci di Lui, Egli ci rende capaci di fare della nostra vita un dono. È proprio qui che Gesù vuole condurci, a fare della nostra vita un dono. Se teniamo fisso lo sguardo su di Lui, se ascoltiamo quello che Lui ci dice, la nostra vita sarà bella come la sua, sarà piena di gioia come la sua.

E allora,

«Stammi ancor vicino, Signore.
Tieni la tua mano sul mio capo,
ma fa' che anch'io
tenga il capo sotto la tua mano.
Prendimi come sono,
con i miei difetti, con i miei peccati,
ma fammi diventare come tu desideri
e come anch'io desidero».
(Giovanni Paolo I)

venerdì 7 aprile 2017

Sviluppando un rullino, la fotografia di un cristiano…

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo.

Non perché un cristiano si diverta a fare fotografie della realtà o perché passi il tempo a sviluppare analisi, che non fanno in tempo a essere presentate e già risultano superate.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché non si accontenta della prima impressione, ma si ferma a osservare e impiega tutto il tempo necessario per mettere a fuoco, per inquadrare bene il soggetto da fotografare.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché un bravo fotografo si prende cura della sua macchina fotografica e pulisce bene l’obiettivo da tutto ciò che può rendere meno nitida la fotografia. Allo stesso modo, un cristiano si prende cura del suo cuore perché sia il più possibile puro, così da vedere bene la persona che ha di fronte e non fermarsi ai pregiudizi o alle sensazioni.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché cerca l’angolazione giusta da dove guardare la realtà che lo circonda, per catturare particolari che sfuggono a tutti gli altri. Il talento del fotografo, infatti, non sta soltanto nell’aver immortalato un soggetto straordinario, ma anche nell’aver saputo cogliere lo straordinario in qualcosa di molto ordinario.

Si va dal fotografo per essere sicuri di ottenere una bella foto e si va da un cristiano per conoscere quant’è bello Dio, quant’è bella la vita e quant’è bello ogni uomo.

Il cristiano, come il bravo fotografo, è uno che impara ad amare e sa che la foto è bella se fa venire in luce l’amore e la passione di chi sta dietro l’obiettivo.

Non ci si può improvvisare cristiani, proprio come non ci si può improvvisare fotografi e ce ne rendiamo conto molto facilmente: tanti possiedono cellulari in grado di scattare foto in alta definizione, ma pochi hanno maturato la pazienza e la sapienza necessarie per scattare una bella foto. [dGL]

giovedì 30 marzo 2017

Dio aiuta

L’esperienza come assistente di acr è iniziata in modo del tutto inaspettato poco più di sei anni fa e mi sta regalando la straordinaria possibilità di stupirmi nel guardare Dio all’opera nella vita dei piccoli. Il ritiro di Quaresima (25-26 marzo), proposto dall’acr della nostra Diocesi ai ragazzi dai 12 ai 14 anni, mi ha offerto tanti motivi di meraviglia e tanti spunti di riflessione.

È stato un bel ritiro per merito del predicatore, don Pino, giovane sacerdote della nostra Diocesi, e per l’impegno dell’equipe diocesana e degli educatori delle diverse parrocchie che hanno scelto di partecipare. Terminato il ritiro e ricevuto come segno un vasetto contenente olio profumato (simbolo del profumo della Risurrezione), i ragazzi si sono alzati dalle sedie e si sono avviati verso casa, quasi dimenticando di recuperare i loro telefoni cellulari. Nel 2017 può capitare di vivere un’esperienza talmente intensa e coinvolgente, da dimenticarsi del cellulare! Durante una bella esperienza di vita comune si può essere così connessi con il mondo circostante, da non sentire l’esigenza di altre connessioni! Capitava qualcosa di simile anche qualche anno fa, quando i cellulari non erano stati inventati: si partecipava al campo-scuola o a una gita scolastica e ci si dimenticava di telefonare a casa. E, puntualmente, si veniva raggiunti dalla chiamata preoccupata dei genitori: «Stavamo in pensiero! Non ti sei fatto sentire nemmeno per dire che eri arrivato!». In realtà non ci si era dimenticati dei genitori, ma si stava così bene e ci si sentiva così coinvolti e partecipi, da non pensare ad altro!

Il ritiro acr aveva come tema il brano del Vangelo di Giovanni in cui si racconta la risurrezione di Lazzaro. Fin dalla prima meditazione, Lazzaro, grazie alle parole di don Pino e alla creatività di educatrici ed educatori, appariva davanti ai nostri occhi nel momento della sua uscita dal sepolcro: una grande sagoma di cartone tutta avvolta con le bende e con il viso avvolto da un sudario. La sagoma rendeva evidente che Lazzaro non poteva muoversi agevolmente.

Lazzaro mi stava davanti e il pensiero dei suoi movimenti, quasi impediti dalle bende, se all’inizio mi aveva fatto sorridere, ora mi suscitava una certa inquietudine. Come se non bastasse, la pietra del sepolcro, realizzato per creare nel salone la giusta ambientazione, era stata spostata e lasciava intravvedere un accesso possibile, una porta da cui si può passare, come Lazzaro, per uscire, ma anche per entrare.

Il sepolcro di Lazzaro, aperto davanti ai miei occhi, e la sagoma di Lazzaro che cammina, tutto avvolto nelle bende, mi fanno pensare a quel sepolcro come a una grotta in cui è possibile ritrovarsi a vivere, ancora prima di essere morti. Possiamo vivere con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto da un sudario, proprio come Lazzaro vivo all’uscita del sepolcro: «Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (Gv 11, 44).

Può capitarci di essere morti viventi che attendono la risurrezione ad opera di un amico che passi di lì e ci dica: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11, 43). Tante sono le bende che ci legano e non ci lasciano liberi di godere la bellezza della vita e alla fine arriviamo a trascorrere giorni interi nel sepolcro, scambiando la morte con la vita. Un giorno, però, arriva qualcuno e ci fa uscire fuori; allora alziamo lo sguardo verso il cielo e ci accorgiamo di quanto è azzurro e staremmo lì a guardare il cielo beati, senza più pensare ad altro! Quando il cielo è sereno, ti sembra di starci dentro, di essere abbracciato dalla sua intensa purezza. Usciti fuori dal sepolcro e liberati dalle bende, possiamo cominciare una vita nuova, possiamo tornare a muoverci e a vedere bene. Fuori dal sepolcro respiriamo la leggerezza della libertà, la gioia dell’amore, siamo presi dalla colorata allegria della vita.

La visione delle bende sulla sagoma di cartone, mi fa pensare alle bende che portiamo addosso senza accorgercene. Le bende di Lazzaro sono i nostri peccati, i vizi, le cattiverie, i rancori, le paure, l’egoismo,… Le bende di Lazzaro sono il fumo di veleni legali o di droghe definite leggere e consumate per noia o per distrarsi dal presente, sostanze nocive al corpo e allo spirito, che invece di liberare, incatenano in gravi dipendenze. Le bende di Lazzaro sono l’alcool, per alcuni compagno irrinunciabile nelle serate di festa, come se l’allegria fosse l’effetto di un minestrone di sostanze e non di una vita bella e di buone relazioni. Le bende sono le varie dipendenze a cui ci si aggrappa di volta in volta per saziare la nostra fame di amore, di accoglienza, di comprensione, di attenzione, di perdono,… E poi, al tramonto della notte, svanita l’ebbrezza e spente le luci delle illusioni, ci si ritrova a brancolare nel buio puzzolente di un sepolcro.

Ognuno nel suo sepolcro, ognuno con il suo vestito di bende, pensiamo di essere liberi, più liberi degli altri perché abbiamo avuto il coraggio di trasgredire, di fare ciò che non è lecito,… Ma se avessimo la possibilità di guardarci come in un film, saremmo presi dall’inquietudine per una libertà che ci appare irrimediabilmente compromessa o perduta e saremmo noi stessi i primi a cercare un amico che ci liberi, che ci aiuti a uscire, che ci dia la possibilità di un nuovo inizio.

Quell’amico è Gesù. La sua Parola ci fa risorgere da ogni sepolcro, ci libera da ogni benda che può essersi attorcigliata alla nostra vita perché possiamo vivere da risorti. Gesù non ha paura di rischiare la vita per la nostra salvezza, per la nostra liberazione; gli stessi discepoli ne sono meravigliati: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8). Non dobbiamo temere che sia troppo tardi, che sia troppo il tempo che abbiamo trascorso nel sepolcro: non c’è ostacolo che possa impedire a Dio di salvarci.

Lazzaro è un nome che alla lettera significa «Dio aiuta» (cfr. Messaggio del Papa per la Quaresima 2017). Lasciamoci aiutare da Dio!

mercoledì 22 marzo 2017

La gratuità nella missione


Ieri sera ho proposto ai catechisti della parrocchia di soffermarsi qualche minuto su due numeri tratti da Evangelii Gaudium, l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. I numeri 278 e 279, contenuti nel quinto capitolo della lettera, mi sembrano molto importanti. Le parole del Papa sono come un bicchiere d’acqua per l’assetato, come il desiderato riposo dopo una grande fatica. Egli ci aiuta a sintonizzarci sull’essenziale: la nostra fede in Dio, la nostra adesione al Vangelo, il nostro essere discepoli dell’unico Maestro, Gesù Cristo. Inviati da Lui a evangelizzare, siamo chiamati a vivere la missione con uno stile di gratuità, l’unico stile che ci permette di tenere il cuore al riparo dalla dipendenza dagli effetti della nostra azione. L’evangelizzazione, infatti, rischia di essere condizionata pesantemente dall’attenzione che diamo ai risultati ottenuti: potremmo volare sulle ali dell’entusiasmo per i buoni risultati, oppure essere abbattuti per il fallimento delle nostre aspettative. Ascoltare il magistero del Papa ci fa recuperare la giusta dimensione: siamo a servizio del Signore e la nostra missione consiste nel seminare con generosità la Sua Parola, non nel quantificare i frutti ottenuti dopo una serie di eventi o di iniziative. Non aggiungo altro e semplicemente condivido qui sotto il testo integrale dei numeri 278 e 279 in modo tale che ciascuno, leggendoli, possa sentirsi incoraggiato a continuare con passione e generosità la sua missione.

278. La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia insieme con «quelli che stanno con lui … i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Ap 17,14). Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!

279. Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7). Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui.

Qui potete trovare il testo dell’Evangelii Gaudium: