Non
so se al buon Peppe la parola di Dio offre risposte, ma so che gli fa sorgere domande, domande che, puntualmente, dopo la messa delle 9.00, rivolge a me, appena
rientro in sacrestia. A volte so rispondere, altre volte no, ma sempre porto
con me la domanda. Ed è incredibile come le domande abbiano il potere di
rimanermi in testa per ore, giorni, mesi,…
Ieri,
dopo il “prosit”, è stata la volta
del censimento: “Che aveva fatto di male il re Davide facendo il censimento?”
(leggi 2Sam 24, 2. 9-17, prima lettura della Messa del 04/02/2026).
Mentre
mi tolgo la casula e il camice, ci penso un po’ e poi gli dico: “La lettura di
oggi mi fa pensare che Davide abbia fatto il censimento per rendersi conto
della forza che aveva a disposizione, come se avesse bisogno di contare sugli
uomini e non si fidasse fino in fondo della Provvidenza di Dio, o come se la
grandezza d’Israele fosse nel numero di abitanti e non nella Promessa di Dio ad
Abramo”.
Oggi,
ripensando al censimento, mi sono accorto che è un po’ il male del nostro
tempo: tendiamo a misurare e a essere misurati con una precisione quasi
maniacale e questo non so se ci fa bene o se influenza, restringendolo, il
nostro orizzonte, il nostro modo di pensare, sognare, agire, parlare,
progettare, evangelizzare, amare…
A
fine anno qui in parrocchia si contano i funerali, i battesimi, le prime
comunioni, le cresime e i matrimoni, a occhio si può fare una statistica della
partecipazione alla Messa o ad altre attività parrocchiali, quotidianamente si
può contare il numero delle persone raggiunte sui social e il numero di follower
o di visualizzazioni di un post e da
lì si ricava il dato sull’accoglienza che ha avuto la proposta o il contenuto
pubblicato. Così uno può regolarsi nell’elaborare le iniziative parrocchiali
seguendo l’onda del gradimento, in modo tale da raggiungere e coinvolgere più
persone. E, misurando un incremento, uno può stare tranquillo perché c’è un
riscontro positivo.
Ma
tutto questo “contare” influenza le mie scelte e forse mi dà anche
l’impressione che sia tutto nelle mie mani o comunque nelle mani di qualcuno
abile a costruire proposte che generano adesioni e partecipazione.
E
se a un certo punto i contenuti veri e vitali suonassero sgradevoli alle
orecchie dei follower, avrei il
coraggio di esprimerli?
Se
la chiesa si svuotasse perché il Vangelo contraddice le scelte della
maggioranza, avrei il coraggio di continuare a predicare il Vangelo?
È
vitale il seguito che ottengo, o la verità che esprimo?
La
resa della semina la si vede mesi dopo, al momento del raccolto.
Ed
è un bene che sia così; perché se avessi la possibilità di conoscere la resa
già al momento della semina, forse seminerei in modo più scientifico, ma con
meno gratuità e generosità.
Non
è che questo nostro studiare le statistiche, fare censimenti, conoscere le
visualizzazioni in tempo reale, avere un seguito da mantenere e da incrementare,…
sta rendendo meno gratuito il nostro annuncio?
Non
è che ci sta togliendo la convinzione della gratuità dell’annuncio e
dell’accoglienza del Vangelo (leggi Mc 6, 7-13, Vangelo della Messa del
05/02/2026)?
Il
bello nella mia giornata è incontrare persone che amano gratis, senza misurare il tempo e le attenzioni che mi dedicano o
che dedicano agli altri. Quando ho l’impressione che l’incontro con una persona
si svolge in un modo che sembra costruito per ottenere la mia fiducia e la mia
adesione, magari la proposta è pure buona, ma mi resta antipatica perché mi
sembra che quella persona non è interessata a me, ma ad aumentare i suoi numeri
o il suo profitto.
“Che
aveva fatto di male il re Davide ordinando un censimento?”.
A
prima vista, niente di male, solo un conteggio della popolazione; ma alla lunga
gli sarebbe sorto il dubbio se conveniva di più affidarsi alle mani degli
uomini o rimanere in quelle di Dio.
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