sabato 10 giugno 2017

Stammi ancor vicino, Signore!

Il ritiro in preparazione alla Prima Comunione si è appena concluso e i ragazzi sono tornati a casa. A me resta in mano un foglio che mi sembra una mappa del tesoro. Continuo a guardare la via tracciata e penso all’esigenza di percorrerla senza più attardarmi, senza più perdere tempo in mille distrazioni.

Il brano di Lc 15 (versetti 3-7) rivela la gioia di un pastore per aver ritrovato la pecorella che si era perduta. Gioia che egli condivide con la pecorella, finalmente sulle spalle sicure del suo pastore. Essa ha provato lo smarrimento, la solitudine, la paura della notte e della lontananza dal gregge e dall’ovile; ma ora il suo pastore l’ha ritrovata, ora non ha più nulla da temere: è sulle sue spalle; tornerà a casa sana e salva!

«Rallegratevi con me» (Lc 15, 6), dice il pastore ai suoi amici e ai suoi vicini e se si è suoi amici, non si può davvero fare a meno di essere presi dalla sua stessa allegria.

Ho riletto da poco Il piccolo principe e il brano della pecorella perduta e del suo pastore mi fa pensare a un testo che parla di una pecora e di un paletto per legarla…

«“Da dove vieni, mio piccolo ometto? Dov’è la tua casa? Dove vuoi portare la mia pecora?”
Dopo una pausa silenziosa, mi rispose:
“C’è di buono, con la cassa che mi hai regalato, che, di notte, essa le servirà da casa”.
“Certo. E se sei gentile, ti darò pure una corda, per legarla durante il giorno. E un paletto”.
La proposta sembrò urtare il piccolo principe:
“Legarla? Che idea stramba!”
“Ma se non la leghi, essa andrà dappertutto e si perderà…”
E il mio amico scoppiò in una nuova risata:
“Ma dove vuoi che vada?”
“Non importa dove. Diritto davanti a sé…”.
Allora il piccolo principe mi fece notare gravemente:
“Non fa niente, tutto è talmente piccolo da me!”.
E, forse con un po’ di malinconia, aggiunse:
“Andando diritto davanti a sé, non si può andare molto lontano…”». (Il piccolo principe, capitolo III)

Il nostro pianeta non è così piccolo come quello da cui proviene il piccolo principe, eppure Gesù non usa una corda e un paletto per legarci e non farci andare lontano! Gesù ci lascia liberi e ci accompagna dovunque andiamo. Ci incontra sulle strade che noi scegliamo di percorrere, fa festa con noi quando siamo nella gioia, partecipa al nostro dolore quando piangiamo, ci aiuta nella fatica e ci consola quando siamo tristi per qualche motivo. Se ci accorgiamo di questa sua presenza, di questa sua amicizia, non ci perdiamo mai: anche se andiamo lontano, siamo sempre a casa; anche se ci avventuriamo nel deserto, non siamo mai soli! Gesù cammina con noi (Lc 24, 15) e, se lo accogliamo nella nostra vita, ci insegnerà la via della felicità, proprio come il pastore guida le sue pecorelle ai pascoli migliori!

Gesù ci ama e poiché ci ama, ci fa entrare nel suo cuore, nella sua vita. Egli condivide con noi i suoi sentimenti: vuole che anche noi possiamo provare il suo stesso amore per ogni uomo, la sua stessa misericordia. Se stiamo con Lui, è un continuo imparare da Lui (Mc 3, 14)!

Basterà ascoltare e mettere in pratica la Sua Parola.
Basterà contemplare il suo offrirsi in sacrificio per noi: «Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: PRENDETE E MANGIATENE TUTTI: QUESTO è IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI» (Preghiera Eucaristica II).

Gesù dona la sua vita per la nostra vita. Nutrendoci di Lui, Egli ci rende capaci di fare della nostra vita un dono. È proprio qui che Gesù vuole condurci, a fare della nostra vita un dono. Se teniamo fisso lo sguardo su di Lui, se ascoltiamo quello che Lui ci dice, la nostra vita sarà bella come la sua, sarà piena di gioia come la sua.

E allora,

«Stammi ancor vicino, Signore.
Tieni la tua mano sul mio capo,
ma fa' che anch'io
tenga il capo sotto la tua mano.
Prendimi come sono,
con i miei difetti, con i miei peccati,
ma fammi diventare come tu desideri
e come anch'io desidero».
(Giovanni Paolo I)

venerdì 7 aprile 2017

Sviluppando un rullino, la fotografia di un cristiano…

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo.

Non perché un cristiano si diverta a fare fotografie della realtà o perché passi il tempo a sviluppare analisi, che non fanno in tempo a essere presentate e già risultano superate.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché non si accontenta della prima impressione, ma si ferma a osservare e impiega tutto il tempo necessario per mettere a fuoco, per inquadrare bene il soggetto da fotografare.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché un bravo fotografo si prende cura della sua macchina fotografica e pulisce bene l’obiettivo da tutto ciò che può rendere meno nitida la fotografia. Allo stesso modo, un cristiano si prende cura del suo cuore perché sia il più possibile puro, così da vedere bene la persona che ha di fronte e non fermarsi ai pregiudizi o alle sensazioni.

Un cristiano somiglia a un bravo fotografo perché cerca l’angolazione giusta da dove guardare la realtà che lo circonda, per catturare particolari che sfuggono a tutti gli altri. Il talento del fotografo, infatti, non sta soltanto nell’aver immortalato un soggetto straordinario, ma anche nell’aver saputo cogliere lo straordinario in qualcosa di molto ordinario.

Si va dal fotografo per essere sicuri di ottenere una bella foto e si va da un cristiano per conoscere quant’è bello Dio, quant’è bella la vita e quant’è bello ogni uomo.

Il cristiano, come il bravo fotografo, è uno che impara ad amare e sa che la foto è bella se fa venire in luce l’amore e la passione di chi sta dietro l’obiettivo.

Non ci si può improvvisare cristiani, proprio come non ci si può improvvisare fotografi e ce ne rendiamo conto molto facilmente: tanti possiedono cellulari in grado di scattare foto in alta definizione, ma pochi hanno maturato la pazienza e la sapienza necessarie per scattare una bella foto. [dGL]

giovedì 30 marzo 2017

Dio aiuta

L’esperienza come assistente di acr è iniziata in modo del tutto inaspettato poco più di sei anni fa e mi sta regalando la straordinaria possibilità di stupirmi nel guardare Dio all’opera nella vita dei piccoli. Il ritiro di Quaresima (25-26 marzo), proposto dall’acr della nostra Diocesi ai ragazzi dai 12 ai 14 anni, mi ha offerto tanti motivi di meraviglia e tanti spunti di riflessione.

È stato un bel ritiro per merito del predicatore, don Pino, giovane sacerdote della nostra Diocesi, e per l’impegno dell’equipe diocesana e degli educatori delle diverse parrocchie che hanno scelto di partecipare. Terminato il ritiro e ricevuto come segno un vasetto contenente olio profumato (simbolo del profumo della Risurrezione), i ragazzi si sono alzati dalle sedie e si sono avviati verso casa, quasi dimenticando di recuperare i loro telefoni cellulari. Nel 2017 può capitare di vivere un’esperienza talmente intensa e coinvolgente, da dimenticarsi del cellulare! Durante una bella esperienza di vita comune si può essere così connessi con il mondo circostante, da non sentire l’esigenza di altre connessioni! Capitava qualcosa di simile anche qualche anno fa, quando i cellulari non erano stati inventati: si partecipava al campo-scuola o a una gita scolastica e ci si dimenticava di telefonare a casa. E, puntualmente, si veniva raggiunti dalla chiamata preoccupata dei genitori: «Stavamo in pensiero! Non ti sei fatto sentire nemmeno per dire che eri arrivato!». In realtà non ci si era dimenticati dei genitori, ma si stava così bene e ci si sentiva così coinvolti e partecipi, da non pensare ad altro!

Il ritiro acr aveva come tema il brano del Vangelo di Giovanni in cui si racconta la risurrezione di Lazzaro. Fin dalla prima meditazione, Lazzaro, grazie alle parole di don Pino e alla creatività di educatrici ed educatori, appariva davanti ai nostri occhi nel momento della sua uscita dal sepolcro: una grande sagoma di cartone tutta avvolta con le bende e con il viso avvolto da un sudario. La sagoma rendeva evidente che Lazzaro non poteva muoversi agevolmente.

Lazzaro mi stava davanti e il pensiero dei suoi movimenti, quasi impediti dalle bende, se all’inizio mi aveva fatto sorridere, ora mi suscitava una certa inquietudine. Come se non bastasse, la pietra del sepolcro, realizzato per creare nel salone la giusta ambientazione, era stata spostata e lasciava intravvedere un accesso possibile, una porta da cui si può passare, come Lazzaro, per uscire, ma anche per entrare.

Il sepolcro di Lazzaro, aperto davanti ai miei occhi, e la sagoma di Lazzaro che cammina, tutto avvolto nelle bende, mi fanno pensare a quel sepolcro come a una grotta in cui è possibile ritrovarsi a vivere, ancora prima di essere morti. Possiamo vivere con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto da un sudario, proprio come Lazzaro vivo all’uscita del sepolcro: «Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (Gv 11, 44).

Può capitarci di essere morti viventi che attendono la risurrezione ad opera di un amico che passi di lì e ci dica: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11, 43). Tante sono le bende che ci legano e non ci lasciano liberi di godere la bellezza della vita e alla fine arriviamo a trascorrere giorni interi nel sepolcro, scambiando la morte con la vita. Un giorno, però, arriva qualcuno e ci fa uscire fuori; allora alziamo lo sguardo verso il cielo e ci accorgiamo di quanto è azzurro e staremmo lì a guardare il cielo beati, senza più pensare ad altro! Quando il cielo è sereno, ti sembra di starci dentro, di essere abbracciato dalla sua intensa purezza. Usciti fuori dal sepolcro e liberati dalle bende, possiamo cominciare una vita nuova, possiamo tornare a muoverci e a vedere bene. Fuori dal sepolcro respiriamo la leggerezza della libertà, la gioia dell’amore, siamo presi dalla colorata allegria della vita.

La visione delle bende sulla sagoma di cartone, mi fa pensare alle bende che portiamo addosso senza accorgercene. Le bende di Lazzaro sono i nostri peccati, i vizi, le cattiverie, i rancori, le paure, l’egoismo,… Le bende di Lazzaro sono il fumo di veleni legali o di droghe definite leggere e consumate per noia o per distrarsi dal presente, sostanze nocive al corpo e allo spirito, che invece di liberare, incatenano in gravi dipendenze. Le bende di Lazzaro sono l’alcool, per alcuni compagno irrinunciabile nelle serate di festa, come se l’allegria fosse l’effetto di un minestrone di sostanze e non di una vita bella e di buone relazioni. Le bende sono le varie dipendenze a cui ci si aggrappa di volta in volta per saziare la nostra fame di amore, di accoglienza, di comprensione, di attenzione, di perdono,… E poi, al tramonto della notte, svanita l’ebbrezza e spente le luci delle illusioni, ci si ritrova a brancolare nel buio puzzolente di un sepolcro.

Ognuno nel suo sepolcro, ognuno con il suo vestito di bende, pensiamo di essere liberi, più liberi degli altri perché abbiamo avuto il coraggio di trasgredire, di fare ciò che non è lecito,… Ma se avessimo la possibilità di guardarci come in un film, saremmo presi dall’inquietudine per una libertà che ci appare irrimediabilmente compromessa o perduta e saremmo noi stessi i primi a cercare un amico che ci liberi, che ci aiuti a uscire, che ci dia la possibilità di un nuovo inizio.

Quell’amico è Gesù. La sua Parola ci fa risorgere da ogni sepolcro, ci libera da ogni benda che può essersi attorcigliata alla nostra vita perché possiamo vivere da risorti. Gesù non ha paura di rischiare la vita per la nostra salvezza, per la nostra liberazione; gli stessi discepoli ne sono meravigliati: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8). Non dobbiamo temere che sia troppo tardi, che sia troppo il tempo che abbiamo trascorso nel sepolcro: non c’è ostacolo che possa impedire a Dio di salvarci.

Lazzaro è un nome che alla lettera significa «Dio aiuta» (cfr. Messaggio del Papa per la Quaresima 2017). Lasciamoci aiutare da Dio!

mercoledì 22 marzo 2017

La gratuità nella missione


Ieri sera ho proposto ai catechisti della parrocchia di soffermarsi qualche minuto su due numeri tratti da Evangelii Gaudium, l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. I numeri 278 e 279, contenuti nel quinto capitolo della lettera, mi sembrano molto importanti. Le parole del Papa sono come un bicchiere d’acqua per l’assetato, come il desiderato riposo dopo una grande fatica. Egli ci aiuta a sintonizzarci sull’essenziale: la nostra fede in Dio, la nostra adesione al Vangelo, il nostro essere discepoli dell’unico Maestro, Gesù Cristo. Inviati da Lui a evangelizzare, siamo chiamati a vivere la missione con uno stile di gratuità, l’unico stile che ci permette di tenere il cuore al riparo dalla dipendenza dagli effetti della nostra azione. L’evangelizzazione, infatti, rischia di essere condizionata pesantemente dall’attenzione che diamo ai risultati ottenuti: potremmo volare sulle ali dell’entusiasmo per i buoni risultati, oppure essere abbattuti per il fallimento delle nostre aspettative. Ascoltare il magistero del Papa ci fa recuperare la giusta dimensione: siamo a servizio del Signore e la nostra missione consiste nel seminare con generosità la Sua Parola, non nel quantificare i frutti ottenuti dopo una serie di eventi o di iniziative. Non aggiungo altro e semplicemente condivido qui sotto il testo integrale dei numeri 278 e 279 in modo tale che ciascuno, leggendoli, possa sentirsi incoraggiato a continuare con passione e generosità la sua missione.

278. La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia insieme con «quelli che stanno con lui … i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Ap 17,14). Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!

279. Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7). Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui.

Qui potete trovare il testo dell’Evangelii Gaudium:

lunedì 20 febbraio 2017

Con fiducia e con gioia!



«Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca» (Lc 5, 4).

Così un giorno Gesù disse a Pietro sul lago di Gennèsaret.

Così oggi, prendendo in prestito le parole del mio Maestro, mi permetto di dire a ogni associato dell’Azione cattolica diocesana: «Prendi il largo».

«Prendi il largo», allontanati dalle zone in cui l’acqua, ma anche i pensieri e le parole ristagnano e rischi di rimanere incagliato.

«Prendi il largo» perché ne vale la pena e il Maestro che ti ha scelto ti precede e ti mostra che la sua via, seguita fino in fondo, ti fa beato realmente, non come pensa il mondo. La notte è trascorsa in una fatica inutile e le reti sono vuote, ma tu abbi fiducia in chi ti chiama e riprendi il mare, scostati un poco da terra, ricomincia a sognare una vita bella, una vita sincera, una vita virtuosa. All’orizzonte c’è il Paradiso!

«Prendi il largo» perché chi è venuto dall’esterno e ha preso parte all’assemblea diocesana ha apprezzato l’Associazione di cui fai parte e ha dichiarato esplicitamente la sua gioia nel guardare la passione, l’amore che muove la tua azione, il tuo stile.

«Prendi il largo» perché te lo dice un gran numero di testimoni che, dalla nascita dell’Associazione a oggi, stanno dimostrando con le loro scelte quotidiane che la santità è possibile, che il Paradiso è accessibile a tutti. Ti sono stati offerti due giorni di grazia in cui hai potuto fermarti a considerare le meraviglie che il Signore sta compiendo nella tua vita e in quella di tanti tuoi fratelli e sorelle. Sono stati giorni intensi, ma penso di poter dire che sei tornato a casa arricchito da quello che hai vissuto, da ciò che hai scelto di condividere coi tuoi fratelli e da ciò che da loro hai potuto ricevere in uno scambio davvero gratuito e fraterno.

«Prendi il largo» perché Dio si fida di te e ti rende Suo testimone. E, sentendo su di te lo sguardo benevolo di Dio, cerca anche tu di avere lo stesso sguardo su chi incontri, cerca di pensare sempre bene dell’altro, prova a porgergli l’altra guancia, cioè a guardarlo con amore anche se ti percuote. Comincerai a vedere le cose in modo diverso e Dio ti darà la grazia di gioire del fratello come di un tesoro tutto da scoprire, un tesoro che rende più bella la tua vita.

«Prendi il largo» perché se mai abbandoni la terra ferma, il calcolo matematico, i rapporti di causa-effetto,… non potrai fare esperienza della Provvidenza di Dio e dell’azione dello Spirito Santo e continuerai a illuderti di poter controllare tutto, di poter prevedere tutto, di sapere bene cosa sia il meglio per te e per gli altri e quali siano i passi per raggiungerlo… E invece c’è un solo Dio e non sei tu.

Ti auguro di poter avere la stessa fiducia di Pietro, fiducia che non solo gli permise di prendere il largo, ma anche di gettare le reti! Fiducia che gli permise di vedere che, poi, quelle stesse reti quasi si rompevano per la gran quantità di pesci.

Scusami se mi sono preso la libertà di darti del tu, ma nel condividere con te queste semplici parole, le ho dette prima di tutto a me stesso perché anche io sono in cammino verso il Paradiso, proprio come te!

Mi piacerebbe tanto che questo triennio associativo, che sta iniziando, lo vivessimo facendoci accompagnare dall’icona biblica della pesca miracolosa (Lc 5, 1-11) e che tutti noi, assistenti e associati, facessimo sempre più spazio a Dio, permettendogli di manifestare in noi le meraviglie del Suo amore!

Buon cammino!

don Gian Luca, assistente acr

mercoledì 15 febbraio 2017

Vita comune



Si può vivere la quotidianità come un tempo di grazia e riuscire a far chiarezza sulla propria vita e sui propri desideri scoprendo ciò che è essenziale.

Mi sembra di poter sintetizzare così l'esperienza di una cena che ci ha visti, Vescovo e preti giovani, ospiti dei giovani che stanno facendo la prima esperienza di vita comune.

La proposta delle settimane di vita comune è venuta dal Servizio Diocesano di Pastorale giovanile, che ha ripreso le indicazioni del Sinodo Diocesano.

I giovani della Diocesi hanno risposto alla chiamata accogliendola con il coraggio e l'entusiasmo dei pionieri. Tra qualche giorno saranno loro a testimoniare la bontà di questa esperienza ai loro coetanei e, se i loro occhi sorrideranno come hanno sorriso a noi Lunedì sera, la loro testimonianza avrà l'effetto di attrarre e coinvolgere altri!

Abbiamo celebrato la messa con loro nella piccola cappellina della casa e poi abbiamo condiviso la cena, mettendoci in ascolto delle loro risonanze sulla prima settimana trascorsa insieme.

Li sento parlare e resto edificato: è fonte di gioia vedere come il Signore accompagna il cammino di ciascuno ed è fonte di gioia accorgersi di come noi adulti abbiamo tanto da imparare dai nostri giovani. Mi accorgo che anche la mia vita di pastore ed educatore funziona se non sono solo quello che propone e insegna, ma anche quello che sa accogliere le proposte degli altri, quello che sa riconoscere il bene nelle persone che ha accanto e impara.

Don Peppe, animando le due settimane di vita comune, sta aiutando i giovani a scoprire che il Vangelo davvero rende la vita più buona, più bella. Questi giorni di fraternità sono l'occasione per scoprire il tesoro che è la vita dell'uomo, tesoro che dobbiamo stare attenti a non sciupare: c'è una bella differenza tra il vivere e il vivacchiare e se non stiamo attenti alla gestione del tempo, le giornate passano e noi, invece di viverle, tiriamo a campare.

Qualcuno fa una domanda sulla regola di vita. Ripenso al primo anno di seminario, quando il padre spirituale ci invitò a scrivere la nostra regola di vita.

Che fortuna hanno questi ragazzi nel confrontarsi oggi con certi temi!

Il Vescovo spiega cos'è la regola di vita e perché è bene che ciascuno provveda a stabilire la sua: mettere ordine nella giornata ci consente di dedicare il tempo giusto a ogni attività e di prendere coscienza di quelle che sono le priorità, le cose che non devono assolutamente mancare o essere trascurate.

L'esperienza di fraternità nella casa ha una durata di due settimane, ma lo stile di vita cristiana che si è sperimentato e gustato nella casa, chiede di essere custodito come una perla preziosa, come ogni tesoro che nel cammino della vita ci capita di trovare! [dGL]

martedì 7 febbraio 2017

Il tempo di fermarsi e VERIFICARE

Una notte su una strada di campagna ho incontrato una figura spettrale che attraversava la strada riflettendo la luce dei miei abbaglianti. La curiosità mi ha fatto rallentare fino a fermarmi per osservare meglio e prendermi il tempo necessario per capire che non si trattava di un fantasma o di una strana creatura, ma di un istrice.

Così può capitare anche nel mondo dell'informazione: si garantisce al lettore di avere l'occhio di bue costantemente puntato sull'attualità, si forniscono informazioni con la pretesa di far luce sulla verità e, quasi automaticamente, si ottiene di essere creduti. Ma, poi, se il lettore ha modo di approfondire e verificare le notizie, si accorge della scarsa attendibilità delle informazioni e impara a diffidare di chi spaccia l'apparenza presentandola come la verità.

Non serve, infatti, avere in dotazione fari potentissimi, se non si è capaci di rallentare per vedere bene ciò che i fari illuminano. Non serve illuminare a giorno, se poi non si è capaci di andare a passo d'uomo per approfondire ciò che si vuole raccontare. Non serve tenere accesi gli abbaglianti, se poi non si è capaci di fermarsi a contemplare la realtà per verificare se quello che ci è parso di capire è la verità o abbiamo preso un abbaglio...
Se si tengono accesi i fari, ma non si modera la velocità, si rischia di infangare più che chiarire, di sporcare più che rivelare, di confondere più che informare.

«Buona scrittura agli scrittori», allora, ma soprattutto: «Buona verifica delle fonti d'informazione a noi lettori!». [dGL]