Penso
a questo leggendo il Vangelo di oggi (Lc 14, 15-24) in cui c’è un tale che ha
invitato alcune persone a cena, ma quando manda a chiamarle, tutte quelle persone
sono prese nei loro affari e rinunciano alla cena.
Alla
fine chi si siede a tavola per la grande cena sono poveri, storpi, ciechi e
zoppi.
Sono
persone che forse nessuno chiama, nessuno considera, persone che non hanno più
impegni o non ne hanno mai avuti, persone dimenticate, scartate.
E
allora penso a come io che – almeno apparentemente – povero non sono, cieco non
sono, storpio non sono, zoppo non sono, spesso rischio di vivere da padreterno che pensa di non aver bisogno
di quell’invito a cena: «Venite, è pronto»,
eppure si tratta dell’invito della vita, quello che se lo manco ho perso tutto
e forse l’ho perso per sempre! Quella cena, infatti, è unica, come ogni pranzo
e ogni cena: ce ne saranno altri, ma non saranno mai più quel pranzo o quella
cena.
E
qui torna il pensiero iniziale: di un povero posso solo essere amico.
Perché
se penso di essere per lui il padreterno,
quando il povero mi dirà di accompagnarlo a quella cena, io gli risponderò che
non posso, che non ho tempo, che ci sono tanti altri poveri da aiutare e non è
ancora il momento di andare a cena per il padreterno,…
sarà insomma anch’egli uno degli “affari” che mi impedisce di cogliere l’invito:
«Venite, è pronto».

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