mercoledì 21 gennaio 2026

L’unica via di salvezza (leggendo 1Sam 17, 32-33.37.40-51)


Leggendo la prima lettura della Messa di oggi, mi accorgo che Dio mi ricorda sempre un’altra strada, una strada che dimentico facilmente o che mi fa comodo dimenticare.
 
Oggi Dio mi ricorda l’esistenza di quest’altra strada e a me sembra di vederla per la prima volta. E così gli sono grato, perché sapere che c’è un’altra strada mi dona sollievo, mi alleggerisce.
 
Quando vedo di fronte a me un’unica possibilità, mi sento costretto e non è una bella sensazione. Nella prima lettura di oggi c’è la via della forza e del potere che regola ogni aspetto della vita: il più forte può, il più debole non può; il più forte comanda e il più debole deve sottomettersi. E sembra non esserci via d’uscita.
 
Di questa visione sono prigionieri un po’ tutti nella prima lettura: i Filistei e Golia, sicuri della loro forza, l’esercito di Israele, che non ci prova nemmeno ad affrontare Golia, certo che la sua forza gigantesca abbia già vinto, Saul, che vedendo Davide vuole evitargli la morte sicura: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui…».
 
E Saul, che s’è abituato a leggere la vita secondo la via della forza, ha perfettamente ragione: come può un pastorello affrontare un signore della guerra?
 
E poi c’è Davide, uno che s’è accorto di un’altra strada, quella dell’umiltà e della fiducia in Dio e non mette in discussione questa sua fiducia neanche quando si avvia a una morte certa: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell'orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo».
 
Ogni giorno mi capita di avere a che fare con la mia forza: in alcuni momenti mi sento Golia, molto più spesso mi sento Saul. E quasi mai mi ricordo che posso anche provare a sentirmi Davide e scegliere di percorrere una via nuova, la via della fiducia in Dio, la via dell’umiltà, della mitezza, la via di chi si riconosce debole con altri deboli, la via di chi non rinuncia a prendere le difese del più debole, dell’ultimo, del più abbandonato, anche quando la sproporzione delle forze in campo è evidente.
 
Oggi si festeggia Sant’Agnese. Una ragazza di tredici anni che affrontò il Golia del suo tempo e vinse. E io oggi ricordo bene il nome di Agnese, che è stata uccisa dalla ferocia spietata dei potenti, mentre non conosco o non ricordo i nomi di molti dei potenti del suo tempo. Oggi, grazie ad Agnese, so che c’è sempre l’altra strada e che posso seguirla in ogni momento.
 
So a cosa portano le manifestazioni di forza: vedo com’è il mondo oggi, mondo che non ha mai voluto abbandonare la via della forza e della potenza.
 
Purtroppo non posso vedere come sarebbe stato il mondo se avesse accettato di “disarmare” e vivere in uno stile di comunione (non posso vederlo perché i potenti hanno scelto di non uscire dalla via dei rapporti di forza, anche se molti profeti si sono alzati a indicare l’altra strada come l’unica via di salvezza).
 
Oggi so che il mondo approverà le mie scelte di forza e so che esse porteranno anche qualche frutto, ma a che prezzo? Chi usa la forza seminando distruzione e morte.
 
Oggi so che continuando sulla via della forza non vedrò mai i frutti della carità, i frutti della Provvidenza, i frutti della Comunione. Continuando sulla via della forza non vedrò mai la pace.
 
La prima lettura di oggi dice che la fiducia in Dio, anche contro il buon senso – espresso da Saul che vuole salvare Davide – porta frutti sorprendenti. Lo dice perché io oggi mi fidi e possa oppormi alla prepotenza e a ogni forma di violenza con uno stile di fraternità e comunione!

«Non è forse una contraddizione?»

«Il cristiano che non si scopre in contraddizione con il Vangelo di pace, o non si è mai guardato in Colui che – essendo «segno di contraddizione» – svela i pensieri degli uomini, oppure ama ingannare se stesso.
La misura della nostra elevazione spirituale viene fornita dalla maggiore o minore consapevolezza delle nostre contraddizioni, la quale ci distoglie dal sentirci soddisfatti e dal legare lo Spirito al nostro corto passo e ai nostri brevi traguardi.
 
Non è forse una contraddizione

che dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di pace?

che sia tuttora valida la regola pagana: «si vis pacem, para bellum»?

che l’omicida comune sia al bando come assassino, mentre chi, guerreggiando, stermina genti e città sia in onore come un eroe?

che nel figlio dell’uomo, riscattato a caro prezzo dal Figlio di Dio, si scorga unicamente e si colpisca senza pietà il concetto di nemico per motivi di nazione, di razza, di religione, di classe?

che l’orrore cristiano del sangue fraterno si fermi davanti a una legittima dichiarazione di guerra da parte di una legittima autorità?

che una guerra possa portare il nome di «giusta» o di «santa», e che tale nome convenga alla stessa guerra combattuta dall’un campo o dall’altro per opposte ragioni?

che si invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di milioni di figli di Dio?

che venga bollato come disertore e punito come traditore chi, ripugnandogli in coscienza il mestiere delle armi, che è mestiere dell’uccidere, si rifiuta al «dovere»?

che sia fatto tacere colui, che per sé soltanto, senza la pretesa di coniare una regola per gli altri, dichiara di sentire come peccato anche l’uccidere in guerra?

che si dica di volere la pace, e poi non ci si accordi sul modo, appena sopraggiunge il dubbio che ne scapiti la potenza, l’orgoglio, l’onore, gli interessi della nazione?

che si predichi di porre la vita eterna al disopra di ogni cosa, e poi ci si dimentichi che il cristiano è l’uomo che non ha bisogno di riuscire quaggiù?

 
Crediamo che questi pochi accenni bastino a dar rilievo alla nostra sostanziale contraddizione, per metterci in vergogna davanti a noi stessi, e per sentirci meno sicuri in un argomento ove la nostra troppa sicurezza potrebbe degenerare in temerarietà o in un delittuoso conformismo alle opinioni dominanti» (don Primo Mazzolari, Tu non uccidere, ed. Paoline, pp. 26-27)

venerdì 16 gennaio 2026

Il senso della vita

Mt 25, 31-46
Sulla Bibbia edizione Ancora questi versetti vengono intitolati "Il giudizio definitivo", ma io li intitolerei "Il senso della vita". E questa pagina non parla di un uomo generico ma parla di me, di quello che ho vissuto, di quello che sto vivendo, di quello che vivrò e di quello che scelgo di fare nella vita.
 
Ieri, mentre predicavo a un funerale, mi accorgevo, predicando, che quelle famose parole che tutti ormai conosciamo a memoria "... ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25, 35-36) contengono la risposta alla domanda: "Com'è che sono vivo?".
Sono nato nudo e qualcuno subito mi ha vestito, sono nato affamato e assetato e qualcuno mi ha dato da mangiare e da bere, sono nato straniero, perché quando nasciamo siamo tutti stranieri appena sbarcati sul continente della vita, e sono stato accolto, da piccolo mi ammalavo di frequente e sono stato visitato e curato tutte le volte, sono stato carcerato perché spesso finivo in punizione, ma quelle punizioni non si concludevano mai con una squalifica definitiva e comunque c'era sempre qualcuno che veniva a trovarmi...
 
Mi sembra che Gesù mi stia dicendo: "Riconosci cosa ti fa vivere e prenditi cura della vita di chiunque e ricordati che la tua vita ha avuto, ha e avrà bisogno di amore e quell'amore non ti è mai mancato".
 
Questo non sminuisce l'importanza del giudizio definitivo ma lo rende ancora più vitale: vedendolo come qualcosa di lontano, infatti, potrei essere tentato di non curarmene o di pensare che tanto mi riguarderà quando questo presente sarà finito e invece già ora ne va della mia vita. Se non mi prendo a cuore la carità, se non vivo per amore, sto già perdendo vita, sto già facendo mancare, all'uomo e al mondo, la vita.

giovedì 25 dicembre 2025

Natale 2025 – Messa della notte


«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (da Lc 2, 1-14).
 
E a Betlemme anche io trovo un bambino e vedo i suoi occhietti che si aprono e si chiudono sul mondo e su di me. E sento che Lui è così piccolo e indifeso che la sua vita dipende da me. E Lui mi guarda e io non so cosa pensa, ma il Suo è uno sguardo buono, pacifico, da bimbo appena nato.
E Lui mi guarda e si fida, anche se neanche io mi fido più di me stesso.
«Si fida di me perché ancora non sa…», dico subito con spietato realismo, ma poi penso che invece sono io che ho dimenticato chi sono e Lui invece lo sa ancora molto bene, perché è appena nato, e allora si fida. Si fida perché sa che nasciamo per amare e quindi sa che anch’io sono nato per amare; sa che lo amerò perché la vocazione di ogni uomo è solo e soltanto amare.
 
E a Betlemme anche io trovo un bambino e sento la sua manina che si aggrappa a me ed è piccina piccina. S’aggrappa perché io sono grande e Lui si sente al sicuro con me. Non sa che sono un fifone e che non è per niente al sicuro aggrappandosi a me. O forse s’aggrappa perché sa che mi farei sbranare io, piuttosto che abbandonarlo nel pericolo; questo per un bambino appena nato sento di volerlo e poterlo fare: tenerci più alla Sua vita che alla mia!
 
E a Betlemme anche io trovo un bambino che dorme appoggiando la Sua testolina sulla mia spalla o sul mio cuore, e così mi rivela che sono prezioso e che la mia vita ha senso anche quando sto fermo e non posso fare o non posso muovermi. E così sto attento al Suo respiro, ma anche Lui sta attento al mio; e il Suo cuore batte per me (è per me che s’è fatto uomo) e il mio cuore batte per Lui!
 
E a Betlemme anche io trovo un bambino e sento dentro di me che il buio della notte, lo sconforto del dolore, la paura della sofferenza, la tristezza del peccato non possono separarmi da Lui, perché Lui è qui per me e sceglie di essere con me, di rimanere con me per sempre, anche se sono così diverso da Lui, anche se Lui è la luce del mondo e io mi sento più simile alla notte!
 
«Ecco la luce più chiara, la letizia più sicura del nostro Natale di quest’anno: una carità, che resta fedele a chi non è più fedele e viene all’appuntamento con la nostra indegnità nel sorriso di un Bambino, che tutto sa e nulla ricorda, che tutto soffre e di nulla ci incolpa.
Signore, più che il tuo rimanere, mi prende il cuore e me lo piega il tuo tornare.
Signore, sto male: ma perché tu torni, perché tu vuoi tornare anche in questo Natale, il mio non è più lo star male di prima.
Signore, non ti domando nulla; mi basta la certezza che tu torni.
Io sono diventato tanto cattivo, ma se tu torni, anche questo grosso male di oggi passerà.
Signore, grazie: mi sento già meno male. C’è già qualche cosa di nuovo oggi: ci sei tu che ritorni» (don Primo Mazzolari, 1939).

venerdì 19 dicembre 2025

"E non m'annoio E no che non m'annoio non m'annoio Io no che non m'annoio non m'annoio no Che non m'annoio no che non m'annoio" (Jovanotti, Non m'annoio)

 

Chi sceglie di "attendere", poi nel frattempo è inevitabile che "prepari"...

E quella di "attendere" è un'esperienza che torna ogni anno in Avvento. Ma non è automatico che io scelga di "attendere": resta sempre una possibilità. Una possibilità che se la scelgo, fa la differenza.

Con il passare degli anni, mi sono accorto che il Natale arriva lo stesso, sia che io lo attenda, sia che io non lo attenda, ma ho notato che quando sono in attesa di qualcosa di bello, tutto ciò che precede quel giorno, si colora di bello, di felicità, di speranza! E questo vale anche per il Natale!

Posso scegliere di attendere ed è una scelta che dipende da me, ma che devo difendere da tutto ciò che spegne l'attesa: le spese, gli sconti, gli acquisti, i regali, le cose da fare,... sembrano darmi già una sensazione di sazietà, di compiuto, addirittura di essere in ritardo. Non è ancora il giorno di Natale ma sono già a posto: per me basta così.

Ma se riesco a difendere l'attesa, se riesco ancora ad attendere...

Nel difendere l'attesa, mi aiuta vedere tutte le persone che attendono e nell'attendere preparano.

Domani (sabato 20 dicembre) si apre il nostro Presepe vivente e tutti i volontari oggi sono all'opera per curare gli ultimi dettagli.
E uno, passando in oratorio e vedendoli, potrebbe pensare che siano in ritardo e che dovevano iniziare prima,...

Ma se questo "passante", fosse passato prima, si sarebbe accorto che da settembre sono all'opera notte e giorno, con il sole e con la pioggia, col caldo e col freddo... nell'attesa.

E nell'attesa preparano...

Attendono e preparano e sembra che non si stanchino mai.

Guardandoli, capisco meglio il Battista che nel deserto ravviva l'attesa e grida: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3, 2). E lo capisco non come uno che mi sta ricordando o segnalando un obbligo, ma come uno che mi sta rivelando la conseguenza di un'attesa che si va compiendo e allora non posso che preparare per l'Atteso che viene.

E così «non m'annoio» di fare e rifare, di sistemare e risistemare, di pulire e abbellire,...

E chi mi vede mi dice: «Ma che stai facendo? Ma chi stai aspettando?».

E io gli rispondo: «Aspetto il Bambino Gesù e nell'attenderlo, per Lui tutto preparo!».



lunedì 15 dicembre 2025

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace!


La foto che ho scattato e pubblicato non rende bene l'idea dei colori e delle luci, ma va bene così: infatti se fosse stata una foto in alta definizione, tu saresti stato tentato di non uscire dallo schermo del tuo smartphone o pc...
 
Invece con una foto come questa, al massimo ti può venire voglia di scrivere nei commenti: «Ma non la potevi fare più da vicino?», oppure: «Ma così non si vede niente», oppure...
 
Sono sicuro che invece tu non scriverai un commento, ma cercherai il modo e il tempo per venire in chiesa a vedere da vicino questi due alberi di Natale che i catechisti dell'Azione Cattolica hanno pensato e realizzato non solo per farti dire: «Che bella idea!», oppure: «A me questa idea non piace per niente», ma per farti fare anche un'esperienza diretta di vita e di morte.
Sì. Perché, guardando da vicino le decorazioni di questi due alberi, ti accorgerai che sui rami ci sono delle foto e che i rami non sono uguali: un albero ha i rami secchi perché dove mancano giustizia e pace, dominano guerra, prepotenza, violenze, dispetti, invidie, gelosie, cattiverie,... e tutto secca e tutto muore.
Dove invece ci sono giustizia e pace, l'albero è vivo, ma anche le persone sono vive e ricevono e donano vita, amore, gioia, fraternità, solidarietà, libertà, pace!
 
E allora questi due alberi nella nostra chiesa parrocchiale stanno lì per invitare te e me a fare memoria del grande dono che il Signore ci fa: il dono della pace. Si tratta di un dono universale, un dono per tutti gli uomini.
E tu e io, che lo sappiamo, possiamo scegliere di custodire, difendere, donare, ravvivare, accrescere il dono della pace, oppure possiamo fingere di non saperlo e vivere la nostra vita e le nostre relazioni come se quel dono non lo avessimo ricevuto, o come se ci fossero persone che non hanno diritto alla pace e quindi possono essere oppresse, maltrattate, offese, emarginate, rovinate, schiacciate, abbandonate, uccise,...
 
Questi due alberi, nel tempo di Avvento e di Natale ricorderanno a te e a me di pregare sempre e incessantemente dicendo: «Vieni, Signore, re di giustizia e di pace!».
 

don Gian Luca e i catechisti

domenica 14 dicembre 2025

Ciò che udite e vedete


Il Vangelo di oggi (Mt 11, 2-11) e in particolare la risposta di Gesù ai discepoli di Giovanni: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!», mi ha fatto tornare in mente quello che il Vescovo dice al sacerdote nella liturgia di ordinazione:
«Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».
 
Renditi conto di ciò che farai…
Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete…
 
Gesù avrebbe potuto rispondere con un semplice “Sì” e invece chiama i discepoli di Giovanni ad accorgersi che il tempo è compiuto. E io posso dare per scontato oggi questo compimento e allora mi sembrerà che Gesù non mi dica più niente e la mia vita cristiana sarà solo una ripetizione meccanica di gesti, riti, formule, … oppure posso rendermi conto dell’opera di Dio e iniziare a gioire per ogni cosa, piccola e grande!
 
Posso trascinarmi stancamente, annoiato dall’abitudine e non meravigliarmi di niente, oppure posso seguire Gesù e guardare tutto come se fosse la prima volta!
Tutto dipende da cosa decido di fare dopo quella risposta di Gesù: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete…».

Se a questo punto tu accetti di udire e vedere, ti accorgerai del Vangelo che accade e gioirai nel vedere il bene e nel fare il bene!